La Biennale, la richiesta di dimissioni a Gregoretti e lo scontro tra governo italiano e Unione europea sui due milioni di fondi
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Redazione Interno
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Il caso della partecipazione russa alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre del 2026, ha innescato una crisi politica che investe tanto i vertici del ministero della Cultura quanto i rapporti, già tesi, tra Roma e Bruxelles. Il ministro Alessandro Giuli ha formalmente chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del dicastero nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Biennale, di rimettere il mandato. La motivazione addotta dal ministero, diffusa attraverso una nota ufficiale, risiede nella mancata comunicazione, da parte della consigliera, circa la possibile adesione della Federazione Russa alla rassegna e, successivamente, per essersi espressa a favore di tale partecipazione, pur essendo ben nota, e lo si sottolinea, la sensibilità internazionale della questione. Gregoretti, nominata nel marzo del 2024, ha però replicato con fermezza, dichiarandosi serena e priva di qualsiasi intenzione di dimettersi, forte di una interpretazione dello Statuto della Biennale – e richiamando il decreto legislativo 19 del 1998 – che sancisce l’autonomia dei componenti del Cda, i quali, secondo questa visione, non rappresentano l’ente nominante né a esso rispondono.
La mobilitazione europea e il pressing dei Ventidue sulla Fondazione veneziana
Lo scontro, tuttavia, travalica i confini nazionali e assume i contorni di una vertenza diplomatica. Ventidue Paesi dell’Unione europea su ventisette hanno sottoscritto una lettera di condanna indirizzata al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, nella quale si paventa la possibilità di rivedere i finanziamenti comunitari qualora l’istituzione veneziana non facesse un passo indietro. La posizione di Bruxelles è stata ribadita con forza dalla vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e dal commissario alla Cultura Glenn Micallef, i quali hanno definito la decisione di riaprire il padiglione russo incompatibile con la risposta collettiva dell’Unione all’aggressione militare in Ucraina. La cultura, si legge nella dichiarazione congiunta, deve promuovere e tutelare i valori democratici, il dialogo aperto e la libertà di espressione, e non dovrebbe mai trasformarsi in una piattaforma per la propaganda.
Il portavoce della Commissione, Thomas Regnier, è stato ancora più esplicito, annunciando che l’esecutivo comunitario valuterà se la presenza russa configuri una violazione degli standard etici previsti dal contratto di sovvenzione. Il finanziamento in questione, un contributo di due milioni di euro distribuito su un triennio e destinato a sostenere i produttori cinematografici, le tecnologie immersive e le attività di formazione nell’ambito del programma Creative Europe Media, potrebbe essere sospeso o addirittura revocato. Al pressing istituzionale si è aggiunta la voce della società civile: una petizione lanciata sulla piattaforma change.org ha raccolto in poche ore oltre settemilacinquecento firme, tra cui quelle di artisti, intellettuali e studiosi, che chiedono a Buttafuoco di riconsiderare la scelta, ricordando come nel 2022 la stessa Biennale avesse dichiarato di non voler collaborare con istituzioni legate al governo russo.
L’autonomia del padiglione ai Giardini e la replica del presidente Buttafuoco
A complicare il quadro, e a rendere la posizione del governo italiano particolarmente scivolosa, interviene la specifica natura giuridica e statutaria della manifestazione. La Russia, occorre ricordarlo, non è stata invitata dalla Biennale: la Federazione è proprietaria di un proprio padiglione ai Giardini sin dal 1914, e in quanto tale ha il diritto di comunicare autonomamente la propria volontà di partecipare, senza necessità di alcuna autorizzazione preventiva da parte della Fondazione. La procedura, puramente formale, prevede che la Biennale prenda atto della comunicazione e non intervenga per impedire la presenza, a meno che non si tratti di uno Stato non riconosciuto dalla Repubblica Italiana. Pietrangelo Buttafuoco, dal canto suo, ha rivendicato con nettezza l’autonomia dell’istituzione che presiede, parlando di una “diplomazia della bellezza” e ribadendo, durante la presentazione del Padiglione Italia, che chiusura e censura non troveranno spazio all’ingresso della Fondazione Biennale.
L’iniziativa di Giuli nei confronti di Gregoretti, che giunge a pochi giorni di distanza da dichiarazioni dello stesso ministro favorevoli all’autonomia dell’ente, appare quindi come un tentativo di prendere le distanze da una decisione, quella della riapertura del padiglione, che rischia di isolare l’Italia nel contesto europeo. Il progetto espositivo presentato da Mosca, dal Titolo “The Tree is Rooted in the Sky”, prevede il coinvolgimento di oltre cinquanta artisti, musicisti e filosofi, e include un festival musicale nei giorni di pre-apertura, dal 5 all’8 maggio. La curatela è affidata ad Anastasiia Karneeva, con la gestione operativa della società Smart Art, fondata insieme a Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Tra gli sponsor figura l’oligarca Leonid Mikhelson, noto per il suo impegno culturale a Venezia attraverso la Vac Foundation.
Le reazioni politiche interne tra maggioranza e opposizione
Sul fronte interno, le reazioni dei partiti restituiscono l’immagine di una maggioranza divisa e di un’opposizione che attacca la gestione della vicenda. Il vicepremier Matteo Salvini ha espresso una posizione favorevole all’inclusione, annunciando la sua presenza all’inaugurazione di maggio e sottolineando come la cultura, al pari dello sport, veicoli un messaggio universale di unione. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, secondo cui si deve condannare la guerra ma senza censurare la cultura. Dall’altra parte, il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha parlato di una “figuracia” del governo, definendo l’intera vicenda un “capolavoro d’arte made in Meloni” per la contraddizione di nominare un presidente come Buttafuoco e poi sconfessarne le scelte. La capogruppo del Partito Democratico in commissione Cultura, Irene Manzi, ha denunciato una gestione “caotica” e l’assenza di una linea chiara, sottolineando come a rispondere sul caso non sia stato il ministro Giuli, bensì il presidente della commissione Cultura Federico Mollicone. Proprio Mollicone, dopo alcune dichiarazioni che lasciavano intendere un possibile dietrofront, ha precisato di aver solo “auspicato un ripensamento”, negando di aver mai detto che il padiglione russo non aprirà. Il Movimento 5 Stelle, pur esprimendo la propria distanza politica da Buttafuoco, ha invece scelto di sostenerne l’azione, difendendo il principio per cui l’arte non si censura.




