Giuli contro Gregoretti per il caso Russia alla Biennale, la consigliera non si dimette

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tensione politica attorno alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre del 2026, ha raggiunto nelle ultime ore un punto di rottura istituzionale. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha formalmente chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del dicastero nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Biennale, di rassegnare le proprie dimissioni. La motivazione, come si legge in una nota ufficiale del MiC, risiede nel fatto che sarebbe “venuto meno il rapporto di fiducia” a causa della gestione della questione legata al ritorno della Federazione Russa alla rassegna lagunare. Un ritorno, quello di Mosca, che dopo quattro anni di assenza e polemiche aveva già sollevato un coro di proteste in Europa, portando ventidue ministri Ue a firmare una lettera di condanna e la Commissione europea a minacciare la revoca di finanziamenti per due milioni di euro.

La posizione del ministro, che già in passato aveva mostrato una linea rigida nei confronti di esponenti culturali legati al Cremlino – come quando bloccò la partecipazione del direttore d’orchestra Valery Gergiev a un evento nella reggia di Caserta -7 – si è dunque tradotta in un atto formale nei confronti della sua rappresentante. Secondo quanto ricostruito, Gregoretti, nominata nel Cda il 13 marzo del 2024, non avrebbe informato il ministero né della possibilità che la Russia partecipasse alla Biennale, né tantomeno del suo voto favorevole espresso in consiglio a sostegno di quella presenza. Una condotta, questa, che Giuli ha giudicato lesiva della “sensibilità internazionale della questione” e che ha portato alla richiesta di rimozione. Tuttavia, la risposta della consigliera non si è fatta attendere ed è stata netta: “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi”, ha dichiarato Gregoretti, forte dell’articolo 7, comma 2, del Dlgs 19/98, il quale stabilisce che i membri del Cda non rappresentano l’ente che li ha nominati né a esso rispondono, bensì agiscono in piena autonomia rispetto allo statuto della Fondazione veneziana.

Il nodo della questione, infatti, risiede proprio nella natura giuridica e nell’autonomia secolare della Biennale. La Federazione Russa, in quanto proprietaria del proprio padiglione ai Giardini dal 1914, ha il diritto di utilizzarlo senza necessitare di alcuna autorizzazione preventiva da parte dell’istituzione, una prerogativa che è stata più volte ribadita dal presidente Pietrangelo Buttafuoco. Quest’ultimo, di fronte alle pressioni, ha mantenuto un profilo basso ma fermo, ricordando come “chiusura e censura sono fuori dall’ingresso della Fondazione” e come la Biennale operi da centotrent’anni come luogo di confronto, indipendentemente dagli orientamenti dei governi. La linea di Buttafuoco, che ha ricevuto anche il sostegno inaspettato di alcune voci dell’opposizione – come esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle – sottolinea la separazione tra l’arte e le contingenti posizioni geopolitiche, sebbene il conflitto in Ucraina sia ancora in corso e la stessa Commissione Ue valuti ora una possibile risoluzione del contratto di sovvenzione che lega Bruxelles alla Fondazione.

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