Giuli sente la vicepremier ucraina sulla Biennale, ipotesi invio ispettori sul caso del padiglione russo
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Redazione Interno
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La vicenda legata alla riapertura del padiglione della Federazione Russa alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre del 2026, assume i contorni di un vero e proprio caso diplomatico destinato a lasciare il segno, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che, dopo aver chiesto le dimissioni della rappresentante del suo dicastero nel consiglio di amministrazione della Fondazione, Tamara Gregoretti, ha avviato una verifica approfondita sulla compatibilità di questa presenza con le sanzioni imposte dall’Unione Europea a Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Il titolare del Mic, in una conversazione telefonica con la vicepremier e ministra della Cultura ucraina Tetyana Berezhna, ha ribadito la contrarietà del governo italiano all’iniziativa intrapresa in totale autonomia dall’ente presieduto da Pietrangelo Buttafuoco, ricevendo da Kiev il ringraziamento per la linea di fermo sostegno tenuta finora dall’esecutivo, una linea che la rappresentante ucraina ha definito in contrasto con la decisione della Fondazione di consentire alla Russia di riappropriarsi del suo spazio espositivo ai Giardini dopo quattro anni di assenza.
Il nodo dello statuto e l’autonomia della Fondazione davanti alle pressioni europee
La partecipazione russa non deriva da un invito formale da parte dell’organizzazione, bensì da un meccanismo regolamentare che legittima i Paesi proprietari di un padiglione nazionale – e la Russia lo possiede dal lontano 1914 – a comunicare semplicemente la loro volontà di essere presenti, una procedura che lascia alla Biennale il solo compito di prenderne atto senza poter esercitare un diritto di veto. Questa interpretazione dello statuto, difesa con forza da Buttafuoco, che ha parlato di spazi dedicati ai dissidenti e di un rifiuto netto verso ogni forma di censura, si scontra però con la dura presa di posizione della Commissione Europea, la quale, per bocca della vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, ha condannato senza mezzi termini la riapertura minacciando conseguenze concrete sul piano dei finanziamenti, incluso il congelamento o la revoca di una sovvenzione triennale da due milioni di euro destinata a sostenere i produttori cinematografici e le attività di formazione legate all’ente veneziano.
La richiesta avanzata da Giuli alla Gregoretti, che ha però fatto sapere di non avere alcuna intenzione di dimettersi forte di una norma che sancisce l’autonomia dei membri del Cda rispetto a chi li ha nominati, rappresenta solo il primo passo di una strategia che il ministero intende portare avanti con determinazione; l’ipotesi ora al vaglio, come confermato da fonti vicine al dossier, è quella di inviare degli ispettori per verificare se la gestione del padiglione e i soggetti coinvolti nella sua organizzazione, a partire dal commissario Anastasiia Karneeva fino allo sponsor principale Leonid Mikhelson, possano in qualche modo violare le restrizioni vigenti o costituire una piattaforma per una propaganda incompatibile con i valori democratici che la cultura dovrebbe invece promuovere e salvaguardare.
Il progetto espositivo presentato da Mosca, intitolato "The Tree is Rooted in the Sky", coinvolge oltre cinquanta giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti non solo dalla Russia ma anche da paesi come Argentina, Brasile, Mali e Messico, e prevede un festival musicale di tre giorni nelle fasi di pre-apertura della rassegna, un’iniziativa che secondo il delegato russo per gli scambi culturali internazionali, Mikhail Shvydkoy, dimostrerebbe il fallimento dei tentativi occidentali di isolare la cultura del paese guidato da Vladimir Putin. Dall’altra parte, la mobilitazione contro questa presenza si allarga a macchia d’olio e non si limita alle istituzioni: una petizione lanciata sulla piattaforma change.org ha raccolto in poche ore oltre settemilacinquecento firme tra artisti, intellettuali e personalità della politica italiana e internazionale, mentre i governi di ventidue paesi europei hanno firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco per esprimere profonda preoccupazione, sottolineando come il ritorno della Russia rischi di proiettare un’immagine di legittimità che contrasta con la realtà del conflitto e con la distruzione del patrimonio culturale ucraino.
La situazione è resa ancora più complessa dalla posizione del governo italiano che, pur ribadendo attraverso il ministro Giuli la propria ferma opposizione, si trova a dover fare i conti con l’autonomia di un’istituzione che, come ha ricordato il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani, dovrebbe rimanere uno spazio di dialogo e di confronto in un mondo attraversato da troppi conflitti, una prospettiva che vede tra i suoi sostenitori anche filosofi come Massimo Cacciari, il quale ha espresso solidarietà a Buttafuoco ritenendo che in un paese civile certe polemiche non dovrebbero nemmeno nascere. Sullo sfondo resta la minaccia concreta di un’escalation politica, con il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone che ha ipotizzato la possibilità di dichiarare persona non gradita chiunque entri con passaporto russo per allestire il padiglione, sollevando così ulteriori interrogativi su come si concilieranno le ragioni del diritto internazionale, le prerogative statutarie della Biennale e la necessità di mantenere una posizione etica di fronte a una guerra che continua a mietere vittime e a distruggere città.




