Biennale, la mediazione Brugnaro: in caso di palese propaganda, il padiglione russo non aprirà
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Redazione Interno
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Il rinnovato Padiglione Centrale dei Giardini, con i suoi nuovi lucernari che filtrano la luce e le altane in legno lamellare ispirate alla tradizione veneziana, è stato restituito alla città e al mondo in una mattinata che il sole generoso sembrava voler benedire, quasi a scacciare i presagi fin troppo insistenti su questa sessantunesima edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte. Eppure, nonostante la cornice festosa e il taglio del nastro per un’opera di riqualificazione costata trentuno milioni di euro, finanziati con i fondi complementari al Pnrr, l’aria che si respirava era densa di quel confronto aspro, ormai dirompente, che vede la Fondazione Biennale opposta al Governo e all’Unione Europea. La questione, com’è noto, ruota attorno alla volontà della Russia di riaprire il proprio storico padiglione ai Giardini, dopo due edizioni di assenza, e al fronte compatto, seppur per motivi talvolta divergenti, che quella riapertura intende ostacolare. Così, mentre il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, preferiva glissare sull’assenza illustre, limitandosi a ricordare come l’arte debba configurarsi come “occasione di dialogo e di pace” e come lui fosse lì, semplicemente, “per rendere omaggio alla Biennale”, è toccato al sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, gettare acqua sul fuoco del contendere, ma anche, paradossalmente, ravvivarlo con una dichiarazione che suona come monito e, al contempo, come apertura di credito condizionata.
L’assenza di Giuli e la risposta della città metropolitana
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, non era presente alla cerimonia: una defezione annunciata nei giorni precedenti, e che molti hanno letto come l’ennesimo gesto di distanza da una linea, quella della Fondazione guidata da Pietrangelo Buttafuoco, che il governo non condivide. Al suo posto, a rappresentare il Collegio romano, c’era il vice capo di Gabinetto Valerio Sarcone, presenza istituzionale che però non poteva certo colmare il vuoto lasciato da un confronto politico che si fa sempre più serrato. Ed è stato Buttafuoco stesso, con la consueta cifra stilistica, a rispondere ai cronisti che gli domandavano se vi fossero sviluppi nella querelle: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Una citazione che suona come una messa in mora del clamore, quasi a voler riportare la questione nei ranghi di una dialettica più pacata, ma che nella sostanza non chiariva se le carte inviate al Ministero, con cui la Biennale sostiene di aver rispettato integralmente le sanzioni, siano bastate a placare gli animi. Il sindaco Brugnaro, dal canto suo, non ha eluso il tema, anzi. Pur ribadendo la propria vicinanza all’Ucraina, e ricordando il gemellaggio di Venezia con Odessa, ha introdotto un elemento di mediazione sostanziale: se il progetto presentato dalla Federazione Russa dovesse rivelarsi, nella sua sostanza, come “palese propaganda”, allora sarebbero proprio le istituzioni cittadine, d’accordo con la Fondazione, a chiedere che quel padiglione non apra. Il che significa spostare il piano del contendere dal principio astratto della presenza o meno della Russia alla concreta analisi dei contenuti che Mosca vorrà esporre.
Il diritto all’arte e i limiti della geopolitica espositiva
D’altronde, la partita è più complessa di quanto possa apparire a un primo sguardo, intrecciandosi con le pressioni internazionali che vedono ventidue Paesi europei, più l’Ucraina, firmatari di una lettera indirizzata proprio a Buttafuoco e ai membri del Consiglio di Amministrazione, Brugnaro incluso, in cui si esprime “profonda preoccupazione” per il rischio che la Russia strumentalizzi la kermesse veneziana a fini di legittimazione. La Commissione Europea, per bocca della vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, ha già fatto sapere che, qualora la Biennale procedesse sulla strada intrapresa, si potrebbe arrivare alla sospensione o alla cessazione di una sovvenzione europea in corso, un finanziamento triennale da due milioni di euro destinato a sostenere produttori cinematografici e attività di formazione. Una minaccia non da poco, che però si scontra con l’autonomia statutaria della Fondazione e con un dato fattuale ineludibile: la Russia è proprietaria del proprio padiglione ai Giardini dal 1914, e la procedura che ne sancisce il ritorno non deriva da un invito formale della Biennale, ma dall’esercizio di un diritto che il regolamento contempla per tutti i Paesi riconosciuti dallo Stato italiano. Dunque, la partita si gioca su un crinale stretto, dove la ragion di Stato e la coerenza con la politica estera dell’Unione si scontrano con l’autonomia di un’istituzione culturale che, come hanno ricordato in molti, ha visto sfilare nei decenni regimi di ogni colore senza che mai si ponesse la questione di un embargo culturale preventivo.
La patata bollente nelle mani del governo e la questione della coerenza
E mentre il presidente della Regione Stefani parlava di “spazio libero per l’arte”, e Brugnaro rilanciava con la necessità di non fare la guerra ai popoli, il governo italiano si trova a dover gestire una situazione che vede il ministro Giuli in aperto contrasto con la linea della Fondazione, tanto da aver chiesto le dimissioni della rappresentante del Mic nel Cda, Tamara Gregoretti, rea di non aver avvisato Roma della possibile presenza russa e di essersi successivamente espressa a suo favore. Gregoretti, forte dello statuto che sancisce l’autonomia dei consiglieri dai loro nominanti, ha risposto picche, e la situazione sembra essere giunta a un punto di stallo. La documentazione inviata al Ministero, che la Biennale assicra essere completa e tale da dimostrare il rispetto delle sanzioni, è ora al vaglio, e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari è atteso a un confronto con Giuli per decidere il da farsi. Tra le ipotesi circolate, alcune più estreme come il commissariamento dell’ente o l’impedimento fisico all’ingresso degli artisti russi, altre più sfumate, che si affidano proprio a quel criterio di verifica dei contenuti suggerito da Brugnaro. Resta, sullo sfondo, una questione di coerenza che molti osservatori, anche tra i critici d’arte, sollevano: se si contesta la presenza russa per la natura autocratica del suo governo, come mai non si sollevano analoghe questioni per altri Paesi presenti in laguna da decenni, come l’Iran o la Cina, o per gli Stati Uniti, guidati ora da Donald Trump, la cui politica estera non è certo scevra da ombre agli occhi dell’Europa? La censura, selettiva, rischia di apparire strumentale, e la Biennale, forte del suo ruolo secolare, prova a resistere, ma la pressione è altissima, e l’esito, a meno di un mese dall’inaugurazione del 9 maggio, è tutt’altro che scontato.




