: La “Biennale del dissenso” e l’allarme bomba davanti al padiglione russo a Venezia
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Redazione Interno
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Sulla sponda opposta rispetto ai saluti ufficiali e ai ricevimenti istituzionali, sono stati i suoni stridenti delle sirene antiaeree – quelli che quotidianamente interrompono la vita civile nelle città ucraine – a risuonare davanti al padiglione della Federazione Russa ai Giardini della Biennale. L’iniziativa, organizzata dal segretario di +Europa Riccardo Magi -4-10, ha visto la partecipazione di dirigenti e militanti del partito tra cui l’ex ministro Cecile Kyenge e l’associazione Europa Now rappresentata da Eric Joszef. L’azione, definita un flash mob ma con una carica simbolica ben precisa, aveva lo scopo dichiarato di riportare l’attenzione sul conflitto in corso, restituendo la dimensione brutale della guerra che l’arte ufficiale di regime rischia di oscurare. «La cultura di Putin è una bomba», recitava uno degli slogan esposti durante la protesta, mentre il gruppo contestava apertamente la definizione di “dissenso” utilizzata dalla direzione della Biennale, accusata di ospitare una versione edulcorata e accettabile dell’opposizione al Cremlino, lontana anni luce dai gulag e dagli avvelenamenti.
La contro-manifestazione dei radicali e le bandiere tra Odessa e Venezia
Non è stata però l’unica voce a levarsi contro la presenza russa in laguna. Nella giornata del 9 maggio, che coincide simbolicamente con la Giornata dell’Europa, diverse decine di attivisti si sono radunate al ponte della Paglia per quella che è stata ribattezzata la “Biennale del dissenso”. A indire il corteo sono state realtà come Europa radicale, l’Associazione radicale certi diritti, Radicali Venezia e il collettivo Arts against aggression. La protesta si è poi spostata verso Riva degli Schiavoni, dove i manifestanti hanno adagiato al suolo due grandi bandiere: una dell’Ucraina e una dell’Unione europea. Quest’ultima, hanno spiegato gli organizzatori, non era un simbolo qualunque, ma un telo che aveva già sventolato sulle scalinate di Kiev e Odessa – e persino sulla celebre scalinata Potemkin – divenendo così un trofeo laico della resistenza. «Buttafuoco ha nominato il dissenso senza sapere cosa sia», ha dichiarato ai cronisti Chiara Squarcione di Europa radicale, rivendicando l’autenticità di una mobilitazione capace di portare in piazza artisti Lgbt e dissidenti russi realmente perseguitati, in netta contrapposizione con la retorica pacificatrice dei saloni istituzionali.
La querelle politica tra Giuli e Buttafuoco e le crepe nella maggioranza
A rendere il clima incandescente, al di là delle piazze, è stato l’inusuale scontro tra il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Sebbene legati da amicizia personale – un legame che il primo ha ironicamente definito come condivisione di un “genius loci” e di trascorsi giovanili – la disputa politica è esplosa senza mezzi termini sulle colonne del “Corriere della Sera”. Giuli, pur rivendicando l’autonomia dell’istituzione veneziana, ha bollato l’apertura alla Russia come un errore madornale, arrivando a un verdetto lapidario: «Alla Biennale ha vinto Putin». Secondo il ministro, il governo non è stato coinvolto abbastanza, e la scelta di restituire visibilità a Mosca – sebbene formalmente la Federazione non risulti aver firmato il disciplinare di partecipazione e il padiglione sia stato restaurato ai tempi di Nicola II – rappresenta un favore a uno stato belligerante. La replica, implicita e ironica, è arrivata dallo stesso Buttafuoco e dai suoi sostenitori, i quali hanno accusato la sinistra e l’establishment europeo di voler ricostruire una “cortina di ferro” culturale. Non è mancata la stoccata dell’ambasciatore russo Paramonov, che ha denunciato i «brutali diktat» dell’Ue, mentre nei giorni precedenti le Pussy Riot avevano già tentato un blitz ai Giardini, lanciando fumogeni gialli e blu con il volto travisato da passamontagna rosa.
La contestazione degli artisti e le ombre del finanziamento europeo
L’attenzione non si è concentrata solo sui giochi politici del governo o sulle manifestazioni di piazza; profonda è anche la spaccatura nel mondo della cultura. Una lunga lettera firmata da artisti del calibro delle Pussy Riot, oltre che da intellettuali e dissidenti in esilio, ha preso di mira il progetto “Il dissenso e la pace”, un ciclo di incontri organizzato a Ca’ Giustinian. L’accusa mossa dai firmatari – tra cui Nadya Tolokonnikova, Sasha Skochilenko e numerosi altri esuli – è quella di trasformare la sofferenza in una “performance superficiale” e di relegare il confronto a salotti in cui si consumano cocktail, mentre in Russia gli artisti veri marcirebbero in carcere. «Il dissenso può essere rappresentato da coloro che si muovono indisturbati tra sistemi di potere?», si chiedono i contestatori in un passaggio della lettera, chiedendo che vengano invece ascoltati gli eredi delle vittime del gulag e i rappresentanti dei popoli colonizzati dall’imperialismo russo. A complicare ulteriormente il quadro sullo sfondo ci sono i risvolti economici: la Commissione europea ha minacciato la revoca di finanziamenti pluriennali – circa due milioni legati a progetti cinematografici – e a Palazzo Grassi si teme che la partita possa avere conseguenze gravissime sui conti della Fondazione.




