Biennale, il padiglione russo divide tra proteste a Venezia e tensioni con l’Ue
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Redazione Interno
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La pre-apertura della Biennale Arte 2026 ai Giardini di Venezia si annuncia già infuocata, sebbene il suo battesimo ufficiale sia ancora a ore di distanza. Sarà un’azione di protesta – organizzata per contestare il ritorno del padiglione della Russia, rimasto sostanzialmente assente dalle scorse edizioni per via dell’invasione dell’Ucraina – a scandire l’avvio della rassegna. Tra le voci del dissenso, tutte interne al mondo culturale russo, figurano il collettivo Pussy Riot, artiste e artisti contrari alla guerra di Mosca e l’attivista Katia Margolis. L’elemento che alimenta la polemica, e che trasforma l’evento in un caso politico prima ancora che artistico, riguarda le modalità di fruizione dello spazio espositivo: il padiglione sarà accessibile unicamente alla stampa durante i giorni di preview, per poi restare chiuso al pubblico. Potrà però essere visto dall’esterno, quasi come un monito opaco e silenzioso.
La risposta di Bruxelles e l’avvertimento al governo Meloni
La partita, in realtà, non si gioca solo sull’isola lagunare. La Commissione Europea – che non molla la presa sulla violazione delle sanzioni imposte al Cremlino – ha ipotizzato che la Biennale stia fornendo servizi di vario genere per l’organizzazione del padiglione russo. Un atto, quest’ultimo, vietato dalla normativa comunitaria. Secondo il Financial Times, che ha potuto visionare le lettere inviate a Roma, Bruxelles ha lanciato un avvertimento esplicito alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: includere la Russia nella manifestazione violerebbe il divieto di “fornire servizi” a Mosca, dal momento che il padiglione è di proprietà del governo di Vladimir Putin. L’Unione Europea, pertanto, pretende dal governo italiano una valutazione fattuale che chiarisca se la Biennale stia effettivamente aggirando le restrizioni.
La festa techno e le magliette con il volto di Buttafuoco
Mentre le cancellerie discutono, all’interno del padiglione russo è andata in scena una serata decisamente distante dai toni della tensione diplomatica. Una festa techno con dj set e danze liberatorie tra gin e vodka tonic ha fatto da contraltare ironico alle polemiche. L’atmosfera, a giudicare da quanto filtrato, era tutt’altro che dimessa: un ragazzo dal volto mascherato indossava una t-shirt con la faccia del presidente della fondazione Pietrangelo Buttafuoco – “El patron”, si leggeva sulla stoffa – mentre lo schermo di un cellulare mostrava una chiamata in arrivo con la scritta “La Biennale is calling…”. La delegazione russa, insomma, ci ride su, trasformando l’accusa di violazione delle sanzioni in un gesto di sfida camuffato da happening notturno.
Le ambiguità giuridiche tra sanzioni Ue e autonomia della Biennale
La questione, al netto delle coreografie musicali, è tutta politica. Finora il governo italiano ha creduto che bastasse prendere le distanze dalle scelte autonome del presidente Buttafuoco, come a voler scollare la responsabilità dello Stato da quella della fondazione culturale. Bruxelles, invece, non accetta questa separazione: consentire l’allestimento del padiglione russo – seppur chiuso al pubblico – significa di fatto erogare un servizio (dalla logistica alla manutenzione, passando per la fornitura di spazi e assistenza) vietato dal regime sanzionatorio. Nessuna sentenza è ancora stata emessa, ma l’avvertimento della Commissione rischia di trasformare la Biennale in un caso giudiziario europeo, ben oltre la pur legittima protesta dei collettivi anti-guerra. Per ora, ai Giardini, si balla.




