Biennale, proteste per il padiglione russo: «Decisione aberrante»
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Redazione Interno
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Scattano le proteste e le prese di distanza contro la decisione della Biennale di ospitare a maggio gli artisti russi, una scelta che arriva dopo quattro anni di assenza del paese dalla manifestazione veneziana, ovvero da quando, nel 2022, l’invasione su larga scala dell’Ucraina portò al ritiro degli artisti prescelti per rappresentare Mosca e alla successiva cessione dello spazio ai Giardini alla Bolivia per l’edizione del 2024. Da più fronti arrivano critiche all’idea di riaprire il padiglione russo, una linea appoggiata con convinzione dal presidente Pietrangelo Buttafuoco che ha voluto ribadire la sua contrarietà alle censure, parlando della Biennale come di uno spazio di tregua e di incontro per popoli in guerra tra loro, sulla scorta di quell’antico principio olimpico che imporrebbe la sospensione delle ostilità. Quando basta per fa esplodere il caso, e per far emergere un cortocircuito istituzionale che vede il governo italiano, per bocca del ministro della Cultura Alessandro Giuli, costretto a prendere le distanze da una decisione sulla quale, a quanto si apprende, non ha avuto potere di veto.
Le accuse del ministro lituano e la lettera degli eurodeputati
Le reazioni più dure arrivano dall’estero, e in particolare da quei paesi che confinano con la Russia o che subiscono più direttamente le conseguenze della sua aggressività. Il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, non ha usato giri di parole per esprimere il suo dissenso, scrivendo su X che «la decisione della Biennale di stendere il tappeto rosso alla cupa diplomazia culturale della Russia è aberrante», sottolineando come non si possa tornare al *business as usual* con un paese che continua a bombardare l’Ucraina e a seminare morte tra i civili. Nello stesso senso si muove un gruppo trasversale di eurodeputati – appartenenti a Ppe, Socialisti, Renew, Verdi, Ecr e Sinistra – che in una lettera indirizzata alla direzione della Fondazione hanno bollato la partecipazione russa come inaccettabile, sostenendo che una scelta del genere rischi di legittimare un regime responsabile di violenze continuate e di danneggiare irrimediabilmente l’autorevolezza morale della Biennale stessa. I firmatari ricordano, nella loro missiva, i bombardamenti sistematici che hanno preso di mira il patrimonio culturale ucraino, con musei e siti storici deliberatamente distrutti o danneggiati nell’ambito del conflitto.
La nota del Ministero e l’autonomia della Fondazione
Di fronte alle polemiche, e per chiarire una volta per tutte la posizione dell’esecutivo, il Ministero della Cultura è intervenuto con una nota secca e piuttosto insolita nella sua forma, quasi a voler mettere nero su bianco una distanza che altrimenti rischiava di essere fraintesa. «Si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l'orientamento contrario del Governo italiano», si legge nella dichiarazione diramata da Palazzo Chigi, che ribadisce come il ministro Giuli abbia più volte espresso questa linea, anche nei colloqui con le autorità ucraine. L’Italia, dal canto suo, continua a dedicare grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico colpito dai bombardamenti russi, che ormai da oltre quattro anni devastano il paese, e il comunicato cita a questo proposito l’impegno concreto per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo della storia culturale ucraina, la Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata durante il conflitto.
La posizione di Buttafuoco e la tregua culturale
Il presidente della Biennale, dal canto suo, non sembra intenzionato a fare marcia indietro e anzi rilancia la sua visione, che vede nell’arte e nella cultura gli unici strumenti capaci di tenere aperto un dialogo laddove la diplomazia tradizionale e le armi hanno fallito. In un’intervista rilasciata alla *Repubblica*, Buttafuoco ha spiegato che tutti i paesi attualmente in guerra saranno presenti a Venezia – dalla Russia all’Iran, da Israele all’Ucraina, fino alla Bielorussia – perché la Biennale, a suo avviso, deve tornare a essere quel luogo di confronto e di convivenza che è stata per secoli, sulla scia della vocazione della Serenissima come ponte tra Oriente e Occidente. «Io apro a tutti, non chiudo a nessuno», ha dichiarato il presidente, sottolineando come sia assurdo che si sia perso lo schema della tregua, quel momento alto e sacro in cui le armi si fermano per permettere ai popoli di incontrarsi, e come i suoi collaboratori stiano lavorando per invitare personalità provenienti da tutte le zone di guerra, in modo da offrire al pubblico una pluralità di punti di vista, lontani dalla retorica degli appelli e delle firme che ricordano gli schemi degli anni Settanta.
I dettagli del progetto russo e il profilo della commissaria
Il padiglione russo, che riaprirà i battenti ai Giardini il prossimo 9 maggio, si intitolerà *The Tree is Rooted in the Sky* e vedrà la partecipazione di oltre cinquanta giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti non solo dalla Federazione ma anche da altri paesi come Brasile, Mali, Messico e Argentina, in una sorta di collettiva che intende valorizzare le periferie e le tradizioni meno note. A confermare i dettagli è stato Mikhail Shvydkoy, delegato russo per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della cultura, che ha respinto l’idea di un ritorno – perché la Russia, a suo dire, non ha mai lasciato la Biennale, essendo il padiglione una presenza stabile a prescindere da ciò che vi si svolge – e ha anzi rivendicato il progetto come la prova che i tentativi di cancellare la cultura russa, intrapresi dalle élite politiche occidentali, non hanno avuto successo. Alla guida del padiglione, in qualità di commissaria, c’è Anastasiia Karneeva, figura già nota perché era stata designata per lo stesso ruolo nell’edizione del 2022 poi saltata, e che è figlia di Nikolay Volobuyev, ex generale dell’Fsb e attuale vice amministratore delegato di Rostec, il colosso statale della difesa russa. Un dettaglio, quest’ultimo, che non mancherà di alimentare ulteriori polemiche nei mesi che precedono l’inaugurazione.




