Biennale di Venezia, i paesi Ue spingono per il blocco dei fondi dopo la riapertura del padiglione russo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La maggioranza schiacciante degli Stati membri, riunita a Bruxelles per il Consiglio Cultura, ha espresso una critica netta nei confronti della scelta operata dalla Fondazione veneziana di riammettere Mosca nella kermesse, durante quella che fonti diplomatiche hanno descritto come una discussione particolarmente “accesa”. Nel mirino dei ministri, oltre alla questione etico-politica, è finita l’ipotesi che l’ente possa aver aggirato le restrizioni comunitarie, fornendo un palcoscenico – seppur indipendente – alla narrativa del Cremlino in un momento storico ancora segnato dal conflitto in Ucraina. Al termine del vertice, molti rappresentanti hanno fatto sapere di appoggiare la decisione già avviata dalla Commissione europea di congelare un contributo da due milioni di euro destinato alla Biennale, un vero e proprio stop finanziario che rischia di aggravare la crisi di immagine che da settimane avvolge i Giardini di Castello.

La posizione della Lettonia e la proposta di estendere le sanzioni

A guidare l’offensiva contro la cosiddetta “riabilitazione culturale” di Mosca è stata la controparte baltica, in particolare la ministra della Cultura lettone Agnese Lace, la quale ha sollevato il caso specifico del padiglione russo nel corso della riunione. Lace ha sostenuto con forza che l’Unione debba impegnarsi a impedire le attività di soft power russo in tutti gli eventi e le organizzazioni, specie in quelli che ricevono cofinanziamenti dal bilancio europeo. La sua proposta, accolta con favore da almeno diciotto delegazioni, punta a interpretare in senso estensivo il regime sanzionatorio già in vigore, suggerendo di includere formalmente anche l’ambito culturale tra i settori da isolare; secondo la titolare lettone, strumenti molto pratici – come il rifiuto dei visti per gli artisti e i tecnici legati all’esposizione – potrebbero essere utilizzati con maggiore incisività per evitare che la vetrina artistica diventi un’arma diplomatica.

La replica della Fondazione e lo stallo istituzionale

Di fronte alle contestazioni che arrivano sia da Bruxelles sia da una parte rilevante del governo italiano (a partire dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha boicottato l’inaugurazione), la Fondazione Biennale si è difesa ricordando la propria autonomia e la natura giuridica della presenza russa. In una sa memoria inviata alla Commissione entro i termini del 12 maggio, l’ente veneziano ha ribadito che la Federazione Russa non ha ricevuto alcun “invito formale” e che, essendo il padiglione una proprietà permanente dello Stato russo risalente al 1914, l’amministrazione non avrebbe potuto legalmente opporsi alla riapertura se non verificando il rispetto delle norme sulla sicurezza. La struttura, va detto, rimarrà di fatto accessibile al grande pubblico solo in forma limitata a causa delle sanzioni, ma la semplice presenza fisica durante i giorni di apertura (il vernissage tra il 5 e l’8 maggio) è bastata a innescare la reazione a catena che ha portato i vertici europei a minacciare il ritiro del finanziamento, una somma che – secondo indiscrezioni – potrebbe essere riallocata per scopi legati alla ricostruzione dell’Ucraina.

Le reazioni sul fronte interno e le proteste nella laguna

Mentre a livello diplomatico si consumava lo strappo con Bruxelles, a Venezia non sono mancati episodi di tensione che hanno colorato l’atmosfera della kermesse. Il collettivo dissidente Pussy Riot ha inscenato una protesta davanti all’edificio color verde salvia del padiglione russo, utilizzando fumogeni rosa ed esponendo bandiere ucraine durante un’azione ad alto impatto mediatico interrotta solo dall’intervento delle forze di sicurezza. Sul fronte politico italiano, le posizioni restano polarizzate: se da un lato il ministro Giuli ha tuonato contro quella che definisce una “illusione pacifista” costata cara all’immagine nazionale, dall’altro il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha invece fatto visita alla struttura, difendendo il principio di neutralità dell’arte e definendo il messaggio culturale come un “universale strumento di unione”. La giuria internazionale, nel frattempo, ha annunciato le dimissioni in massa dopo l’esclusione a priori dei paesi con leader accusati di crimini contro l’umanità dalle premiazioni, costringendo l’organizzazione a cancellare la cerimonia inaugurale e a posticipare l’assegnazione dei Leoni d’Oro tramite voto del pubblico.

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