La Biennale di Venezia nel mirino di Bruxelles: o si chiude il padiglione russo o arrivano il congelamento e la revoca dei fondi europei

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La commissione europea ha rotto gli indugi, trasformando quello che per settimane era stato un semplice rimpallo di dichiarazioni – carico di tensione diplomatica – in un formale atto burocratico dalle conseguenze finanziarie potenzialmente devastanti per la Fondazione Biennale di Venezia. L’esecutivo di Bruxelles, attraverso l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura, ha infatti avviato la procedura per congelare o revocare i fondi destinati all’istituzione lagunare. La decisione, comunicata ufficialmente con una lettera indirizzata al presidente Pietrangelo Buttafuoco, è chiara nel suo ultimatum: fare marcia indietro sulla riapertura del Padiglione della Russia – chiuso sin dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina – oppure salutare per sempre una sovvenzione complessiva di due milioni di euro prevista per il triennio 2025.

La posta in gioco, è bene sottolinearlo, non è soltanto economica ma tocca il cuore stesso dell’autonomia culturale dell’ente. La Biennale, dal canto suo, ha risposto a stretto giro di posta con una nota difensiva ma ferma, nella quale ribadisce di essere "certa di non aver violato alcuna norma", specificando di aver agito "in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti". Di fronte a questa presa di posizione, Bruxelles concede ora trenta giorni di tempo per chiarire la propria posizione; una finestra ristretta che si chiuderà proprio a ridosso della cerimonia di inaugurazione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, fissata per il 9 maggio con le pre-aperture il 6, 7 e 8 dello stesso mese.

Il ricatto dell’ipocrisia e la difesa dell’arte come terreno neutrale

Se da una parte l’Europa agita la clausola delle sanzioni – ritenendo inaccettabile che una delegazione governativa russa, finanziata e promossa da Mosca, utilizzi la kermesse veneziana per "proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale" – dall’altra non mancano le voci critiche verso quella che viene definita una doppia morale inaccettabile. L’accusa, che rimbalza tra le colonne del giornalismo italiano e le dichiarazioni dei politici di opposizione, è lapidaria: come è possibile che Bruxelles sia pronta a tagliare le risorse a un’istituzione culturale simbolo del Belpaese mentre, contestualmente, nazioni come Spagna e Francia continuano ad incrementare gli acquisti di gas dal Cremlino? Un’ipocrisia che, secondo i critici, frutta allo zar guadagni superiori ai sette miliardi, rendendo di fatto irrisorio – se non ridicolo – il gesto simbolico di escludere qualche artista dalla laguna.

A gettare benzina sul fuoco della polemica ci ha pensato Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia e filosofo di fama internazionale, il quale lo scorso novembre aveva tenuto una lectio magistralis alla Biennale proprio sul tema della fine del diritto internazionale. Intervistato in merito allo scontro in corso, Cacciari non ha usato mezzi termini: ha definito "vile" l’atteggiamento dell’Europa, quella stessa Europa che – a suo dire – con questa minaccia dimostra una debolezza politica tale da portare a gesti di censura preventiva degni della Grande Guerra, quando a Vienna era proibito suonare Verdi. "Cosa dobbiamo fare?", si è chiesto retoricamente il filosofo, prima di rivolgere la sua "completa solidarietà" a Buttafuoco, auspicando che quest’ultimo resista alla pressione perché, in caso di resa, la Biennale perderebbe inevitabilmente il suo prestigio internazionale.

Trenta giorni di fuoco tra politica estera e governo italiano

Non si tratta solo di una battaglia tra l’ente culturale e i burocrati di Bruxelles. La vicenda ha inevitabilmente ripercussioni anche sulle delicate relazioni tra il governo italiano e i partner europei, oltre che ovviamente con l’Ucraina. La commissione, infatti, non si è limitata a minacciare il taglio dei fondi, ma ha formalmente chiesto un parere anche alla Farnesina sulla "compatibilità" tra la riapertura del Padiglione russo e il regime sanzionatorio vigente, sollecitando di fatto una presa di posizione ufficiale da parte dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Una richiesta che mette in una posizione scomoda il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il quale aveva già manifestato il proprio dissenso per la scelta di Buttafuoco arrivando a chiedere le dimissioni della rappresentante del governo nel cda della Fondazione, Tamara Gregoretti.

Dal fronte politico italiano, le reazioni non si sono fatte attendere e hanno spaccato il Parlamento. Da una parte, Matteo Salvini è insorto parlando di "volgare ricatto" e di "follia" da parte di una burocrazia europea che, mentre il mondo brucia in Iran e altrove, sceglie di accanirsi contro una libera istituzione culturale. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto il capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini, che ha definito l’atto di Bruxelles "grave e arrogante", un’ingerenza politica inaccettabile sull’autonomia e la libertà culturale degli italiani. Dall’altra parte dello schieramento, esponenti del Partito Democratico e di Italia Viva sostengono invece la linea dura: il Padiglione del regime russo doveva restare chiuso come è stato dal primo giorno della criminale invasione, e la riapertura rappresenta un pericoloso cedimento alla propaganda di Mosca.

Le sanzioni ucraine e l’ombra della propaganda sulla kermesse

Mentre Bruxelles muove i suoi tentacoli burocratici, l’Ucraina ha deciso di giocare d’anticipo sul piano diplomatico per scongiurare quella che considera una vittoria propagandistica del nemico. Con un decreto firmato dal presidente Volodymyr Zelensky, Kiev ha infatti imposto sanzioni personali a cinque operatori culturali legati alla partecipazione russa alla Biennale. Tra i nomi finiti nella lista nera figurano la commissaria del Padiglione, Anastasia Karneeva, e il rappresentante russo per gli scambi culturali internazionali, Mikhail Shvoydky, oltre ad alcuni artisti. La motivazione addotta dalla ministra della Cultura ucraina, Tetyana Berezhna, è che questi individui sarebbero "direttamente coinvolti nella promozione di progetti sostenuti dallo Stato russo", legati alla propaganda e alla normalizzazione dei crimini di guerra.

Una mossa, quest’ultima, che alza ulteriormente il tiro della controversia, trasformando un dibattito apparentemente elitario sul ruolo dell’arte in tempo di guerra in una vera e propria resa dei conti giudiziaria e politica. La Biennale, che ha sempre difeso la propria natura di "spazio di coesistenza per l’intero pianeta" senza censure, si trova ora schiacciata tra il martello dell’ortodossia europea (che minaccia i finanziamenti) e l’incudine della condanna ucraina (che bolla come propaganda qualsiasi presenza russa). L’appello di Cacciari a non confondere l’artista con il soldato, a non applicare una "censura preventiva" basata sul pregiudizio della nazionalità, rischia di perdersi nel fragore delle dichiarazioni politiche. Restano trenta giorni per capire se l’autonomia della cultura potrà resistere all’urto della realpolitik, o se l’arte dovrà ancora una volta chinare la testa di fronte ai diktat dei potenti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.