Il ministro Giuli chiede la testa di Gregoretti per il caso Biennale, ma lei non si dimette
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Redazione Interno
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La bufera intorno alla Biennale di Venezia, sollevata dall’annuncio del ritorno della Federazione Russa alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte in programma dal 9 maggio al 22 novembre, ha prodotto la prima, significativa crepa all’interno degli organismi di gestione della Fondazione veneziana. Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha formalmente chiesto alla rappresentante del MiC nel Consiglio di amministrazione, Tamara Gregoretti, di rimettere il proprio mandato, motivando la richiesta con la constatazione che sarebbe “venuto meno il rapporto di fiducia”. Una mossa, quella del Ministro, che giunge dopo settimane di tensioni e che punta il dito contro un presunto deficit di comunicazione da parte della consigliera, rea, secondo quanto si legge in una nota ufficiale diramata dal dicastero, di non avere informato né della possibilità che la Russia partecipasse alla rassegna, né di essersi successivamente espressa a favore di questa presenza, nonostante fosse pienamente consapevole della sua indiscutibile e complessa sensibilità sul piano internazionale.
Dietro la richiesta di dimissioni, che ha immediatamente innescato un acceso dibattito politico e istituzionale, si cela una vicenda dalle ramificazioni profonde, che intreccia diplomazia culturale, autonomia statutaria e le pressanti sollecitazioni provenienti da Bruxelles e da Kiev. La decisione di riaprire lo storico padiglione ai Giardini, proprietà russa dal lontano 1914, era stata ufficializzata dal presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, il quale ha sempre rivendicato con forza l’autonomia dell’ente che guida, opponendo alla logica dell’esclusione quella che ha definito una “Biennale della tregua” e ribadendo come la censura, per statuto, non possa entrare dai cancelli della Fondazione. Una posizione, quella di Buttafuoco, che ha trovato sostegno in alcune frange della maggioranza e in esponenti come il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ma che si è scontrata frontalmente con la linea espressa dal governo e dallo stesso Giuli, già protagonista in passato di analoghe prese di posizione nette, come quando bloccò la partecipazione del direttore d’orchestra Valery Gergiev a un evento nella Reggia di Caserta.
Lo scontro sull’autonomia e le reazioni della consigliera Gregoretti
Lontana dal raccogliere l’invito del Ministro, Tamara Gregoretti ha respinto al mittente la richiesta di farsi da parte, con una replica che fa leva proprio sul dettato normativo che disciplina la Biennale. In una dichiarazione rilasciata a stretto giro, Gregoretti ha affermato di essere serena e di non avere alcuna intenzione di dimettersi, forte della consapevolezza di agire nel pieno rispetto dello Statuto della Fondazione e della sua autonomia. La consigliera ha citato testualmente il Decreto legislativo 19/98, il quale, all’articolo 7, comma 2, stabilisce che i componenti del Consiglio di Amministrazione non rappresentano l’ente o il ministero che li ha nominati, né a essi devono rispondere del loro operato. Un paradosso giuridico non da poco, questo, che vede un membro indicato dal Ministero opporsi al Ministero stesso, tutelato da una legge pensata per preservare l’indipendenza culturale dell’istituzione veneziana. Una indipendenza che, nei fatti, si traduce nella possibilità per la Russia di allestire il proprio spazio espositivo senza necessitare di alcuna autorizzazione preventiva, essendo proprietaria del manufatto e potendo decidere in totale autonomia sulla base dello statuto dell’Istituzione.
Mentre all’interno del Cda si consumava questo braccio di ferro, all’esterno la pressione politica e diplomatica non accennava a diminuire. La Commissione Europea, per voce della vicepresidente Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, ha ribadito una condanna fermissima della decisione assunta dalla Biennale, definendola incompatibile con la risposta collettiva dell’Unione alla brutale aggressione russa ai danni dell’Ucraina. Il portavoce Thomas Regnier è stato ancora più esplicito, minacciando di procedere con la sospensione o la risoluzione di una convenzione triennale del valore di due milioni di euro destinati a sostenere i produttori cinematografici, le tecnologie immersive e le attività di formazione legate al Biennale College Cinema. Una ipotesi, quella del taglio dei fondi, che ha scatenato ulteriori polemiche in Italia, con il leghista Matteo Salvini che ha invitato a non mescolare i piani, sostenendo che arte e sport dovrebbero avvicinare i popoli, e con l’opposizione che invece ha accusato l’esecutivo di ambiguità e di una gestione caotica dell’intera vicenda.
La protesta degli intellettuali e il pressing dell’Ucraina
A infiammare ulteriormente il clima ci hanno pensato le reazioni del mondo della cultura e le dure parole arrivate direttamente dall’Ucraina. Oltre settemilacinquecento tra artisti, intellettuali, studiosi e personalità della politica hanno sottoscritto un appello su change.org indirizzato a Buttafuoco, esprimendo profonda preoccupazione per il ritorno del padiglione russo mentre la guerra prosegue e chiedendo di riconsiderare la decisione. I firmatari hanno ricordato la posizione assunta dalla Biennale nel marzo del 2022, quando, all’indomani dell’invasione su larga scala, dichiarò di non voler collaborare con istituzioni ufficiali legate al governo del Cremlino; una presa di posizione che, all’epoca, venne letta come un importante impegno etico da parte di una delle più prestigiose istituzioni culturali al mondo. Ancora più duro è stato l’attacco del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, in un post su X, ha equiparato la partecipazione russa a manifestazioni sportive e culturali a una subdola forma di propaganda, sostenendo che Mosca trasformi in arma ogni festival, da quelli cinematografici a quelli artistici, per legittimare il proprio operato all’estero e indottrinare le società.
Nel frattempo, il progetto per il padiglione russo, intitolato “The Tree is Rooted in the Sky” (“L’albero è radicato nel cielo”), prende forma, incurante delle polemiche. La curatela è stata affidata ad Anastasia Karneeva, con la gestione operativa affidata alla società Smart Art, co-fondata da Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergey Lavrov, un dettaglio che ha ulteriormente allarmato il governo ucraino. Lo sponsor principale sarebbe l’oligarca Leonid Mikhelson, e la partecipazione, secondo gli organizzatori, mira a valorizzare pratiche artistiche periferiche e a creare uno spazio di dialogo interculturale, presentando oltre cinquanta artisti tra musicisti, poeti e filosofi provenienti da Russia, Argentina, Brasile, Mali e Messico. Un programma ambizioso che, però, si scontra con la dura realtà di un conflitto in corso e con la richiesta, avanzata da ventidue governi europei e dalla stessa Ucraina, di isolare culturalmente un paese considerato aggressore.




