Biennale, Giuli chiede le dimissioni della consigliera Gregoretti per il caso Russia
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Redazione Interno
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La tempesta politica che si è abbattuta sulla Biennale di Venezia, e che vede contrapposti il governo italiano, ventidue paesi europei e la Fondazione veneziana, ha prodotto il suo primo effetto concreto nella richiesta formale di dimissioni avanzata dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, nei confronti di Tamara Gregoretti, la rappresentante del dicastero all'interno del Consiglio di amministrazione dell'istituzione culturale. La motivazione addotta dal Ministero, e diffusa attraverso una nota ufficiale, risiede nella circostanza per cui Gregoretti, nominata nel marzo del 2024, non avrebbe informato il MiC né della possibile partecipazione della Federazione Russa alla prossima Esposizione Internazionale d'Arte, né tantomeno del suo voto favorevole espressosi in merito, e questo, si legge nella nota, "pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione".
L'autonomia dello statuto e il diniego della consigliera
Alla richiesta di rimettere il mandato, motivata con il venir meno del rapporto fiduciario, Gregoretti ha opposto un netto rifiuto, dichiarandosi serena e determinata a non dimettersi. La sua posizione, che appare solidamente ancorata a un aspetto non secondario della vicenda, si fonda sull'interpretazione dello statuto della Biennale e del decreto legislativo che ne regola l'autonomia; un'autonomia in base alla quale i componenti del Cda, come lei stessa ha tenuto a sottolineare, non rappresentano l'ente o il ministero che li ha designati, né a esso devono rispondere del proprio operato, essendo chiamati a tutelare esclusivamente l'istituzione che amministrano.
Il diritto di proprietà e la procedura ordinaria
Nel merito della questione, e al di là delle schermaglie politiche che vedono schieramenti trasversali sia all'interno della maggioranza che dell'opposizione, emerge un dato statutario e storico spesso trascurato nel dibattito pubblico: la Russia non è stata invitata da alcuno. La sua presenza alla prossima edizione, in programma dal 9 maggio al 22 novembre del 2026, deriva da una procedura ordinaria e automatica riservata ai Paesi proprietari di un padiglione nazionale ai Giardini di Castello. La Federazione Russa, va ricordato, possiede il proprio spazio espositivo dal lontano 1914, e in quanto tale, come stabilito dai regolamenti della Fondazione e dai trattati internazionali richiamati anche dall'ex presidente Roberto Cicutto, le basta comunicare la propria volontà di partecipare, senza necessità di alcuna autorizzazione preventiva da parte della Biennale, il cui compito si limita a prenderne atto.
Le reazioni europee e la minaccia dei fondi
La riapertura del padiglione, che era rimasto chiuso nel 2022 per volontà degli stessi curatori russi all'indomani dello scoppio del conflitto e concesso in uso alla Bolivia nell'edizione del 2024, ha scatenato una reazione durissima a livello europeo. Ventidue paesi dell'Unione, attraverso una lettera congiunta dei rispettivi ministri della Cultura e degli Esteri, hanno espresso una ferma condanna, giudicando la decisione incompatibile con la linea comune di risposta all'aggressione russa in Ucraina; una presa di posizione che si è tradotta nella concreta minaccia, avanzata dalla vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen e dal commissario alla Cultura Glenn Micallef, di sospendere o revocare un finanziamento europeo di due milioni di euro alla Fondazione, un contributo triennale destinato a sostenere i produttori cinematografici e le attività di formazione nell'ambito del programma Creative Europe Media.
Il progetto artistico e la posizione del governo
Parallelamente alle tensioni diplomatiche, procede la macchina organizzativa del padiglione russo, che ha annunciato un progetto dal Titolo "The Tree is Rooted in the Sky" ("L'albero è radicato nel cielo"), una rassegna che coinvolgerà oltre cinquanta giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti non solo dalla Russia ma anche da paesi come Argentina, Brasile, Mali e Messico, con un festival musicale previsto nei giorni di pre-apertura della manifestazione. Mentre il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, mantiene un silenzio istituzionale che pare voler sottolineare l'autonomia dell'ente da lui presieduto, e mentre il ministro Giuli procede sulla linea della sfiducia nei confronti della sua rappresentante, il dibattito politico interno al centrodestra registra posizioni non del tutto allineate: dal auspicio di un ripensamento avanzato dal presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, alle dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini e del presidente del Consiglio regionale Veneto Luca Zaia, entrambi favorevoli a una concezione della cultura come strumento di unione e dialogo, al netto delle necessarie condanne politiche e della chiara individuazione dell'aggressore nel conflitto in corso.




