La Biennale di Venezia e il caso Russia, Giuli chiede le dimissioni di Gregoretti ma lei resiste: “Non ho intenzione di lasciare”
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Redazione Interno
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La bufera politica e diplomatica che avvolge la Biennale di Venezia, dopo l’annuncio del ritorno della Federazione Russa alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte, ha prodotto la prima, concreta crepa all’interno degli organismi di gestione della Fondazione. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha formalmente chiesto alla rappresentante del suo dicastero nel Consiglio di amministrazione, Tamara Gregoretti, di rimettere il mandato. Una richiesta, quella giunta da Roma, motivata ufficialmente con la rottura del rapporto fiduciario: a Gregoretti, nominata nel marzo del 2024, il ministero contesta di non aver informato l’amministrazione centrale né sulla possibilità concreta che la Russia partecipasse alla rassegna, né, tantomeno, di aver reso noto il proprio voto favorevole espresso in Cda, e questo, si legge nella nota diramata dal MiC, “nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione”.
La diretta interessata, però, non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro, dando vita a uno scontro istituzionale dai contorni ancora tutti da definire. “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi”, ha replicato a stretto giro di posta Gregoretti, blindandosi dietro lo scudo dell’autonomia statutaria dell’ente. La sua difesa si basa su un principio cardine, sancito dal decreto legislativo 19/98, che disciplina gli enti lirici e le istituzioni concertistiche ma il cui impianto viene esteso anche al caso specifico: i componenti del Consiglio di amministrazione, in base a questa interpretazione, non rappresentano l’ente o il ministero che li ha espressi, né a esso devono rispondere del proprio operato, essendo chiamati a tutelare esclusivamente il bene e l’autonomia dell’istituzione che amministrano.
L’autonomia della Fondazione e il muro contro muro con il governo
Al centro della tempesta, che vede schierati su fronti opposti il governo italiano e il vertice della Biennale guidato da Pietrangelo Buttafuoco, c’è proprio il tema dell’indipendenza decisionale dell’ente veneziano. Una indipendenza che Buttafuoco ha più volte rivendicato con forza, forte anche di un dato oggettivo: la Federazione Russa è proprietaria del proprio padiglione all’interno dei Giardini di Castello da oltre un secolo, dal 1914, e in quanto tale non necessita di alcuna autorizzazione o nulla osta da parte della Fondazione per esporre. La posizione del presidente, che gode del sostegno trasversale di esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle in commissione Cultura alla Camera, è che la cultura debba restare luogo del dialogo e che chiudere le porte a un Paese, anche in tempo di guerra, rappresenti una forma di censura preventiva inaccettabile.
Dall’altra parte, però, il fronte governativo appare tutt’altro che compatto e cerca di correre ai ripari dopo l’imbarazzo internazionale. La richiesta di dimissioni a Gregoretti, di fatto, è un tentativo di riaffermare un controllo politico che sembra essere sfuggito di mano, ma che si scontra con la realtà giuridica e statutaria della Biennale. A rendere ancora più complessa la quadratura del cerchio ci si mettono le dichiarazioni del presidente della commissione Cultura di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, il quale, pur allineandosi alla linea del ministro Giuli e definendo quella russa come “arte di Stato” da non equiparare alla libera espressione creativa, ha precisato di non aver mai affermato che il padiglione non aprirà, limitandosi ad auspicare un “ripensamento” da parte dell’istituzione.
La protesta dell’Ucraina e il pressing della Commissione europea
Sullo sfondo di questa complessa partita, che si gioca tra i palazzi della politica romana e le sale di Ca’ Giustinian, resta il nodo della pressione internazionale, che non accenna a diminuire di intensità. Ventidue governi dell’Unione Europea, inclusi ovviamente quello ucraino, hanno sottoscritto una lettera di protesta formale indirizzata a Buttafuoco, esprimendo “profonda preoccupazione” per un segnale che, a loro avviso, rischia di legittimare l’aggressione russa attraverso il canale privilegiato della diplomazia culturale. La Commissione Europea, per bocca della vicepresidente Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, è andata oltre, arrivando a minacciare conseguenze economiche pesanti: un finanziamento triennale da due milioni di euro, già stanziato per sostenere il settore audiovisivo e le nuove tecnologie, potrebbe essere sospeso o revocato qualora la Biennale non tornasse sui suoi passi.
La posizione di Bruxelles è netta e non lascia spazio a interpretazioni: consentire alla Russia di riaprire il suo spazio espositivo, dopo l’esclusione del 2022 e la pausa forzata che ne seguì, viene considerato incompatibile con la risposta collettiva del continente all’invasione. Oltre settemilacinquecento tra artisti, intellettuali e personalità del mondo della cultura hanno firmato un appello online per chiedere alla direzione della Biennale di fare marcia indietro, ricordando come nel marzo di quattro anni fa la stessa istituzione avesse dichiarato di non voler collaborare con strutture ufficiali legate al Cremlino.
Il progetto russo tra arte e diplomazia parallela
Mentre il dibattito infiamma le cronache, i preparativi per il padiglione russo procedono spediti. Il progetto, intitolato “The Tree is Rooted in the Sky” (“L’albero è radicato nel cielo”), si preannuncia di ampio respiro e coinvolgerà oltre cinquanta artisti, musicisti, poeti e filosofi provenienti non solo dalla Russia ma anche da paesi come Brasile, Mali e Argentina, in un’ottica dichiaratamente internazionalista e anti-centrica. La curatela è stata affidata ad Anastasia Karneeva, mentre la gestione operativa porta la firma di Smart Art, società fondata insieme a Ekaterina Vinokurova, figura che i media internazionali segnalano come figlia del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Un dettaglio, quest’ultimo, che non fa che alimentare le preoccupazioni di chi, come i governi firmatari della protesta, vede in questa partecipazione una chiara operazione di soft power e di legittimazione politica del regime di Vladimir Putin, veicolata attraverso l’arte e capace di eludere le tradizionali sanzioni diplomatiche.




