Il ministero e la Biennale, lo scontro sulla Russia e la nota dell’istituzione: «Nessuna violazione, sanzioni rispettate»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La replica è arrivata, secca e formale, da Ca’ Giustinian, e porta la firma, per così dire, della governance guidata da Pietrangelo Buttafuoco: nessuna norma è stata violata, le sanzioni internazionali imposte dall’Unione Europea alla Federazione Russa a seguito dell’invasione dell’Ucraina – un quadro normativo complesso e in continua evoluzione – sono state «rispettate integralmente», come del resto rientra «nel nostro dovere» di istituzione culturale che opera, sottolinea la nota, nel pieno rispetto degli obblighi giuridici. L’ente lagunare, infatti, ha trasmesso al ministero della Cultura, retto da Alessandro Giuli, «l’intera documentazione richiesta» relativa alla partecipazione di Mosca alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, in programma dal prossimo 9 maggio ai Giardini e all’Arsenale. Un fascicolo, questo, che il dicastero aveva sollecitato «con la massima urgenza» per fare piena luce sulle modalità di allestimento e di gestione del Padiglione russo, di proprietà della Federazione dal lontano 1914, e sulla loro compatibilità con il regime restrittivo in vigore, che pone limiti stringenti a transazioni finanziarie, logistica e rapporti con enti statali, ma che non vieta tout court la partecipazione di artisti a eventi culturali internazionali.

Il dossier Smart Art e i nodi interpretativi delle deroghe europee

Il punto cruciale della verifica, che tiene banco ormai da giorni negli uffici di Roma e Venezia, riguarda la natura dei soggetti che, di fatto, gestiranno lo spazio espositivo ai Giardini della Biennale. La conduzione del padiglione, infatti, è stata affidata per un decennio all’impresa russa Smart Art, società di produzione ed esposizione artistica fondata nel 2016 da Anastasia Karneeva ed Ekaterina Vinokurova. Ed è proprio su quest’ultima che si concentrano i riflettori, o almeno le maggiori attenzioni da parte del ministero: Vinokurova, sposata con il manager Aleksandr Vinokurov, è figlia del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, figura chiave dell’apparato governativo di Vladimir Putin e oggetto, lui stesso, di sanzioni da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Karneeva, dal canto suo, è figlia di Nikolay Volobuyev, ex generale del Servizio di sicurezza federale e attuale vice amministratore delegato di Rostec, la holding statale della difesa russa, anch’essa sottoposta a misure restrittive.

Il ministero, nella richiesta di accesso agli atti, vuole vederci chiaro, appunto, sugli aspetti economico-finanziari legati all’allestimento, per accertare che non vi siano movimentazioni di denaro o rapporti contrattuali con soggetti inseriti nelle liste nere. Un passaggio, questo, tutt’altro che scontato, se è vero che la stessa Biennale aveva dichiarato, nel marzo del 2022, di non voler collaborare con delegazioni o istituzioni ufficiali legate al governo russo. Sullo sfondo, però, emerge un elemento di diritto non trascurabile, richiamato anche da Luca Zaia, presidente della Regione Veneto e già membro del Cda della Biennale, a sostegno della linea di Buttafuoco: il regolamento Ue 883/2014, che disciplina le sanzioni, prevede esplicitamente delle deroghe per il funzionamento dei centri culturali e di istruzione, creando di fatto una distinzione tra il piano culturale, che manterrebbe margini di autonomia, e altri ambiti più strettamente tecnici o commerciali.

La tensione politica e la promessa di Fazzolari: il nodo delle autorizzazioni

A complicare il quadro, già di per sé denso di implicazioni diplomatiche e giuridiche, si è inserita la dimensione squisitamente politica, con il governo che appare diviso al suo interno sulla linea da tenere. Da un lato, il ministro Giuli, dopo aver preso le distanze dalla decisione assunta in autonomia dalla Fondazione veneziana, ha chiesto alla rappresentante del Mic nel Consiglio di amministrazione, Tamara Gregoretti, di rimettere il mandato, accusandola di non aver avvisato il dicastero né della possibile presenza russa né di essersi espressa a suo favore. Gregoretti, forte dello statuto della Biennale che sancisce l’autonomia dei consiglieri, ha però rifiutato di dimettersi. Dall’altro, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, uomo chiave dell’entourage di Giorgia Meloni, avrebbe confidato al suo inner circle che la questione verrà ripresa in mano dopo il referendum, definendo la presenza di un padiglione targato Cremlino – e per di più sponsorizzato, seppur indirettamente, dalla figlia di Lavrov – una storia su cui tornare con decisione.

Il pressing del ministero, con la richiesta del carteggio tra la Fondazione e le autorità russe, rappresenta dunque un primo, concreto passo di questa verifica. Se Giuli dovesse riscontrare incongruenze in quei documenti, non è escluso che si possa procedere con un invio di ispettori in Laguna, un atto che di fatto commissarierebbe la governance dell’ente, accusato di contrastare gli «interessi nazionali». Una mossa, questa, che rientrerebbe nelle prerogative del ministro, ma che aprirebbe una crepa istituzionale ben più profonda della semplice polemica politica. Il pressing, va detto, non arriva solo da Roma: la Commissione Europea, per bocca della vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, ha condannato fermamente la decisione della Biennale, minacciando la sospensione o la cessazione di un finanziamento comunitario di due milioni di euro destinato all’ente. Ventidue Paesi dell’Unione, inclusi Francia e Germania, hanno scritto a Buttafuoco per chiedere un passo indietro, mentre l’Ucraina ha definito la presenza russa inaccettabile.

La posizione della Biennale e la formula ridotta del ritorno russo

Di fronte a questa ridda di pressioni e di accuse, la Biennale, nelle sue comunicazioni ufficiali, ha sempre ribadito un concetto cardine: la Russia non è stata invitata, ma ha semplicemente esercitato un diritto previsto dal regolamento per i Paesi proprietari di un padiglione nazionale ai Giardini. Una procedura ordinaria, quindi, che non presuppone un’adesione formale da parte dell’organizzazione, ma una mera presa d’atto della volontà di partecipare. Il presidente Buttafuoco, del resto, ha più volte rivendicato l’autonomia dell’istituzione e il rifiuto di ogni forma di chiusura e di censura, in linea con una tradizione lunga centotrent’anni che vede nella cultura uno strumento di dialogo, se non altro, o quantomeno di confronto, anche nei momenti più bui della storia.

La formula scelta dalla Federazione per il suo ritorno, peraltro, appare volutamente ridotta e quasi dimessa, forse per attenuare le polemiche o per testare il terreno. Il progetto espositivo, intitolato «The Tree is Rooted in the Sky», prevede un festival musicale di tre giorni, dal 5 all’8 maggio, riservato alla preview, mentre durante l’apertura al pubblico, dal 9 maggio al 22 novembre, il padiglione resterebbe chiuso, con le porte e le finestre aperte per permettere di vedere dall’esterno una videoinstallazione. Una presenza, insomma, più simbolica che sostanziale, che coinvolge oltre cinquanta giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti da Russia, Argentina, Brasile, Mali e Messico, con l’obiettivo dichiarato – almeno stando agli organizzatori – di valorizzare il potenziale creativo delle aree periferiche e di creare uno spazio di dialogo tra culture diverse. Sarà sufficiente a placare gli animi o, al contrario, non farà che alimentare ulteriori sospetti su quella che, agli occhi di molti, appare come una manovra di soft power del Cremlino?

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.