La Biennale di Venezia e quel nodo russo che divide il governo tra autonomia e ragion di Stato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La prossima settimana, con ogni probabilità già mercoledì 18 o giovedì 19 marzo, il consiglio di amministrazione della Fondazione la Biennale di Venezia si riunirà per fare il punto, e non potrebbe essere altrimenti vista la bufera, sulla partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte. Una riunione, quella convocata al quartier generale dei Giardini di Castello, che si preannuncia tesa, complice la posizione assunta dal ministro della Cultura Alessandro Giuli il quale, dopo aver preso le distanze dalla decisione di riammettere Mosca, ha formalmente chiesto alla rappresentante del Mic nel Cda, Tamara Gregoretti, di rassegnare le dimissioni. Gregoretti, dal canto suo, non ci sta e si appella allo statuto, forte di un’autonomia che la vorrebbe svincolata da qualsiasi mandato di tipo governativo, una figura tecnica e non politica, almeno sulla carta. La vicenda, come è noto, ha oramai valicato i confini nazionali, assumendo i contorni di un caso diplomatico che coinvolge l’Unione Europea e, indirettamente, la stessa credibilità dell’istituzione culturale italiana più conosciuta al mondo. Il cuore del contendere, al di là delle polemiche politiciste e delle dichiarazioni a effetto, risiede in un nodo statutario non da poco: la Biennale è o non è un ente autonomo? E se lo è, fino a che punto questa autonomia può e deve spingersi, specialmente quando entra in rotta di collisione con gli orientamenti della politica estera nazionale e comunitaria?

Lo scontro istituzionale e la lettera dei Ventidue

La mossa di Giuli, che ha di fatto sfiduciato la sua rappresentante in seno all’organismo direttivo della Fondazione, ha scatenato reazioni opposte e trasversali, frammentando il già composito scenario politico italiano. Da un lato, Fratelli d’Italia, attraverso il capogruppo in commissione Cultura alla Camera Federico Mollicone, ha parlato di “buon senso”, allineandosi alla posizione del ministro e sottolineando come l’esclusione della Russia rispecchi la volontà della gran parte dei Paesi UE. Dall’altro lato, il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini non ha usato giri di parole per bollare l’operato di Giuli come un errore, rivendicando la natura autonoma e “straordinaria” della Biennale, al pari di quanto, a suo dire, dovrebbe valere per lo sport e le paralimpiadi, ambiti che secondo il leader leghista dovrebbero unire e non dividere. A rendere il quadro ancora più complesso, e a dare manforte indiretta alla linea dell’autonomia sostenuta da Salvini, ci hanno pensato le opposizioni: il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno infatti espresso solidarietà al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, difendendo l’istituzione da quella che percepiscono come un’invadenza dell’esecutivo. Ma è sul fronte europeo che la tensione è destinata a salire: la lettera sottoscritta da oltre venti ministri della Cultura e degli Esteri dell’Unione, inviata ai componenti del Cda, non è una semplice raccomandazione, bensì un atto politico di peso non indifferente che mette in guardia dai rischi di una legittimazione, seppur solo culturale, del regime di Putin. La Commissione, per bocca dei suoi portavoce, ha già fatto sapere di essere pronta a verificare eventuali violazioni degli accordi di sovvenzione, con tanto di minaccia concreta di sospendere o risolvere il contratto che lega Bruxelles alla Fondazione veneziana, contratto del valore di due milioni di euro.

L’intricata questione dello statuto e della proprietà dei padiglioni

Al netto delle scintille politiche e delle prese di posizione, spesso strumentali, che si rincorrono nei palazzi romani e nelle redazioni dei giornali, occorre comprendere la natura giuridica e procedurale della vicenda, un aspetto che molti commentatori tendono a sorvolare. La Federazione Russa, va ricordato, non è stata invitata alla Biennale Arte 2026, né avrebbe dovuto esserlo; la sua partecipazione discende da un automatismo statutario legato alla proprietà di un padiglione nazionale ai Giardini di Castello, acquisto che risale al lontano 1914. Per quei ventinove Paesi che vantano questo diritto di proprietà, la procedura di partecipazione è una semplice comunicazione, una notifica alla Fondazione che prende atto della volontà di aderire alla rassegna. La Biennale, in questi casi, non ha alcun potere discrezionale, nessuna leva per impedire l’apertura di uno spazio che, di fatto, è extraterritoriale quanto a gestione ma non certo quanto a riconoscimento diplomatico. Lo ha ribadito più volte lo stesso Buttafuoco, parlando di “autonomia” e di una istituzione che da centotrent’anni “costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso”. Una posizione, la sua, che ha il pregio della coerenza formale ma che si scontra con la realtà di una guerra in corso e con la necessità, espressa da quasi tutta l’Europa, di non offrire al Cremlino una vetrina per normalizzare la propria immagine pubblica.

Il pressing ucraino e la mobilitazione degli intellettuali

Nel frattempo, la pressione internazionale non accenna a diminuire, anzi si fa via via più serrata, alimentata dalle dichiarazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky il quale, in una recente intervista, ha paragonato la partecipazione russa ai festival artistici e sportivi a una subdola arma di propaganda, un mezzo per veicolare influenza e disinformazione su scala globale. Un concetto, questo, ripreso e amplificato da migliaia di voci: oltre settemilacinquecento tra artisti, intellettuali, studiosi e personalità del mondo della cultura hanno firmato un appello rivolto a Buttafuoco affinché torni sui suoi passi e riconsideri la riapertura del padiglione moscovita. Tra i firmatari spiccano nomi noti della scena artistica internazionale, da artisti concettuali islandesi a collezionisti con residenze veneziane, fino a membri del collettivo dissidente Pussy Riot, che hanno già annunciato azioni di disturbo e interventi performativi durante i giorni del vernice. La loro petizione, lanciata sulla piattaforma Change.org, parla chiaro di “profonda preoccupazione” per il ritorno di una delegazione ufficiale legata al governo russo mentre i missili continuano a cadere sulle città ucraine e il patrimonio culturale del Paese invaso viene sistematicamente distrutto. Il riferimento è alla posizione assunta dalla Biennale nel marzo del 2022, quando, all’indomani dell’invasione su larga scala, l’istituzione dichiarò di non voler collaborare con soggetti legati al Cremlino. Oggi, quella presa di posizione appare a molti come un lontano ricordo, un impegno etico tradito.

Le crepe nella maggioranza e la tenuta del fronte culturale

A rendere il clima incandescente, poi, ci si mettono anche le crepe evidenti all’interno della maggioranza di governo, con il Carroccio che sembra giocare una partita tutta sua sulla pelle della Biennale. Le parole di Salvini, rilasciate ai cronisti a Ponte Milvio durante un gazebo referendario, non solo contraddicono la linea del ministro Giuli ma aprono uno squarcio non trascurabile nel fronte apparentemente unito dell’esecutivo. Se da un lato il ministro della Cultura parla di inopportunità della presenza russa e chiede atti formali per allinearsi ai partner europei, dall’altro il suo collega di partito e vicepremier elogia l’autonomia dell’ente e critica chiunque, a suo dire, vorrebbe escludere qualcuno in nome di presunte barriere ideologiche. In mezzo, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia prova a gettare acqua sul fuoco con una formula di compromesso, quella per cui si condanna la guerra ma non si censura la cultura, dimenticando forse che in regimi come quello russo la cultura e la propaganda statale sono spesso la stessa identica cosa. E mentre il governatore veneto cerca una mediazione, il Consiglio di amministrazione della Biennale si prepara all’incontro decisivo, con la rappresentante Gregoretti saldamente al suo posto e pronta a far valere le ragioni di uno statuto che, per come è concepito, mette l’istituzione al riparo da ingerenze ma la espone al fuoco di fila della diplomazia internazionale.

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