Giuli, dopo lo scontro con Salvini il ministro si rifugia nelle mondine (e nella crisi della Biennale)
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Redazione Interno
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Alessandro Giuli, il ministro della Cultura, sembra aver scelto la via del silenzio, o almeno di una comunicazione affidata ai soli simboli, per affrontare l’onda lunga della lite che ieri ha animato il Consiglio dei ministri. Il bersaglio, è noto, è stato Matteo Salvini: una divergenza tecnica, apparentemente, su un emendamento al “Piano Casa” che però ha rapidamente svelato il solco profondo tra due visioni del patrimonio storico e artistico nazionale. Il giorno dopo quello che i retroscenisti descrivono come un faccia a faccia molto acceso, Giuli pubblica un’immagine evocativa sui social, quella delle mondine nelle risaie cantate da Gigliola Cinquetti, accompagnata da un commento volutamente secco: «È un omaggio ai lavoratori fuori dalla retorica».
Eppure, a guardare bene, la “rettorica” sembra essere l’unico argine che il ministro ha opposto alla furia del collega leghista. Perché se oggi Giuli vuole parlare solo del Primo Maggio e delle sue mondine, il resto della scena politica racconta un’altra storia: quella di uno scontro duro, quasi personale, scoppiato nella stanza dei bottoni proprio sul decreto che sforna numeri da capogiro. Il provvedimento, forte di un valore che sfiora i 10 miliardi di euro, punta a creare almeno 100.000 alloggi “agevolati”, con un occhio di riguardo per giovani e famiglie escluse dal mercato. Un piano mastodontico che, nelle intenzioni, dovrebbe dimezzare i costi notarili e sbloccare cantieri tramite due commissari dedicati alla semplificazione. Sulla carta, una manna dal cielo; nella realtà dei fatti, una “patata bollente” che ha visto contrapposti lo stesso Salvini, desideroso di spianare le procedure per recuperare periferie come Quarto Oggiaro, e Giuli, che per tutta risposta ha alzato il muro della Costituzione.
La resa dei conti sull’articolo 9 e il “veto” della premier
La scintilla, hanno ricostruito fonti di stampa, è stata una norma inserita dalla Lega che avrebbe permesso di accelerare gli interventi nei centri storici, sostanzialmente aggirando il parere delle Soprintendenze, cioè l’organo che risponde direttamente al ministro Giuli. «Io di questa norma non sono stato nemmeno avvisato, ma come si fa? Io così non posso approvare il piano», ha tuonato Giuli. La replica di Salvini, riportata dai cronisti presenti, è stata di una brutalità quasi grottesca: un’invettiva contro le stesse Soprintendenze, che il leader del Carroccio avrebbe più volte ribadito di voler «radere al suolo». Uno sfogo, quest’ultimo, che ha fatto letteralmente infuriare il titolare della Cultura, il quale – uscendo dai ranghi della cortesia istituzionale – ha sfidato il vicepremier a ripetere quelle stesse parole davanti alle telecamere della conferenza stampa.
Ma Giuli non si è fermato qui. Nella trincea della discussione, dove si è arrivati quasi al punto di rottura, il ministro ha citato l’articolo 9 della Carta, quello che tutela il paesaggio e il patrimonio storico. E, quasi volesse alzare la posta in gioco fino al paradosso, ha portato un esempio che è suonato come un detonatore: «Il patrimonio va tutelato! Tutto. Anche i fasci littori devono restare al loro posto». Era il riferimento al caso di piazza Bologna, a Roma, dove la rimozione dei simboli del Ventennio da alcuni palazzi aveva già infiammato il centrodestra. In quel momento, raccontano i testimoni, Salvini era «sul punto di esplodere». L’intervento della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stato risolutivo per placare gli animi; con una stoccata («Ragazzi, avete scocciato. Basta con certa spocchia») ha cercato in extremis di ricucire lo strappo, accantonando la norma incriminata, almeno in quella fase.
Le risorse in bilico e la giornata “social” del ministro
Mentre il fronte delle case popolari – che lo stesso esecutivo stima in circa 60.000 unità attualmente inagibili da rimettere a nuovo – resta il vero banco di prova di un governo che si dice attento al sociale, la bolla della lite politica sembra essersi trasferita altrove. Il cosiddetto “Piano Casa” viaggia comunque su cifre importanti, legato a doppio filo al Fondo di garanzia per i mutui (che nel primo semestre dell’anno ha già mosso oltre 4,8 miliardi di euro) e all’idea di fare cassa con un fondo misto pubblico-privato. Tuttavia, il nervosismo di Palazzo Chigi è evidente proprio alla luce delle frizioni che attraversano la maggioranza, e Giuli – con la sua mossa social – sembra voler prendere le distanze da un’emergenza che riguarda i tetti (quelli reali, non quelli parlamentari) per abbracciare simbolicamente il lavoro dei campi.
Eppure, per Giuli il conto dei fronti aperti non si chiude certo con la tregua trovata in Cdm. Sullo sfondo della sua giornata “dedicata ai lavoratori”, infatti, aleggia pesante la “rogna” della Biennale di Venezia. A distanza di poche ore dallo scontro con Salvini, il ministro si trova a dover gestire una crisi di rappresentanza internazionale di prim’ordine: la Giuria dell’Esposizione, chiamata ad assegnare i Leoni d’Oro, si è dimessa in blocco per protesta contro la decisione (autonoma) del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di riammettere Russia e Israele. Una scelta, quest’ultima, che ha messo in difficoltà l’intero esecutivo, al punto che la stessa Meloni ha dovuto prendere le distanze («Non condivido la scelta», ha detto). Ma la tensione non si placa.
L’ombra di Venezia e il gelo con Buttafuoco
Per Giuli la faccenda è particolarmente scivolosa. Da un lato, c’è l’autonomia dell’ente (che l’uomo di cultura e amico fraterno di Buttafuoco difende a spada tratta); dall’altro, l’obbligo politico di rispettare le linee guida del governo in materia di diritti e sanzioni. Secondo quanto trapela dai palazzi, il ministro ha deciso di disertare la cerimonia d’apertura del 9 maggio, un gesto di forte rottura che sancisce il gelo tra lui e il vertice della kermesse veneziana. A nulla sono valse le ispezioni ministeriali inviate negli uffici della Biennale per chiarire i contorni della partecipazione russa: lo strappo della Giuria è ormai insanabile, e l’assegnazione dei premi verrà probabilmente demandata al pubblico degli stessi visitatori.
In questo contesto di fuoco incrociato – Salvini che lo accusa di “spocchia” e i compositori della Biennale che lo criticano per la sua ambiguità – Alessandro Giuli si rifugia nei versi della canzone popolare di Gigliola Cinquetti. Un modo, forse, per segnalare che, tra i progetti da 10 miliardi e i veti incrociati, la sua priorità resta un’altra. O forse solo per prendere fiato, prima che a Ferragosto si torni a parlare di mutui, soprintendenze e, chissà, di nuovi fasci littori da salvare.




