Governo diviso sulla tassa sugli extraprofitti bancari: scontro Salvini-Tajani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la macchina per la prossima manovra economica inizia a scaldare i motori, una nuova e profonda frattura si apre nel centrodestra, minacciando di incrinare la compattezza dell’esecutivo su un tema, quello degli extraprofitti del settore bancario, che tocca nervi scoperti e diverse sensibilità politiche.

La proposta della Lega sugli extraprofitti

A innescare la polemica, dura e senza mezzi termini, è stata una nota ufficiale della Lega. Attraverso i suoi esperti economici, il partito ha calcolato la possibilità di prelevare dalle grandi banche un contributo straordinario di circa cinque miliardi di euro. L’intervento avrebbe «l’obiettivo di intervenire sugli extraprofitti dei maggiori istituti di credito», considerati il frutto di una congiuntura particolarmente favorevole, e si configurerebbe come una misura mirata, studiata per non intaccare la solidità finanziaria del comparto.

La ferma opposizione di Forza Italia e Tajani

La proposta, che giunge a soli ventiquattro ore dall’apertura al dialogo manifestata dal presidente dell’Abi, viene però immediatamente bollata come inaccettabile da Forza Italia. Antonio Tajani, dal palco della festa nazionale del partito, ha liquidato senza appello l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, definendola senza mezzi termini «roba da Unione Sovietica». Una metafora forte, che evoca un intervento statale pesante e dirigista, e che segna una distanza abissale tra i due alleati di governo.

Le ragioni dello scontro interno al governo

Dalla parte leghista, si insiste sulla necessità di far contribuire chi, in questo momento, sta registrando performance finanziarie eccezionali, ritenendo che quelle risorse possano essere di vitale importanza per finanziare una parte degli impegni della prossima legge di bilancio. La risposta di Tajani, però, delinea una contrapposizione che sembra andare oltre il merito della questione, investendo due visioni dell’economia e del ruolo dello Stato che appaiono difficilmente conciliabili. Il rischio è che questa divergenza di principio possa riverberarsi su altri dossier, complicando il già delicato lavoro di mediazione della maggioranza.

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