Meloni avverte Tajani e Salvini: "Pazienza al limite" sul voto segreto
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Redazione Interno
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"La pazienza è ormai al limite", ha ammonito ieri Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, nel corso di un confronto telefonico con i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, mentre la maggioranza di centrodestra si apprestava a vivere un'altra giornata di fuoco alla Camera sulla riforma della legge elettorale.
I destinatari dell'avvertimento, che arriva dopo una serie di scossoni parlamentari destinati a minare la coesione interna, sono proprio i leader di Forza Italia e della Lega, i quali, secondo quanto riferito da alcuni esponenti di Fratelli d'Italia, non sarebbero più in grado di tenere saldamente i rispettivi gruppi in vista dei passaggi cruciali del provvedimento.
Il clima, nell'aria, si è fatto pesante: il voto segreto, strumento classico per consentire ai franchi tiratori di agire senza esporsi, ha già prodotto il primo, significativo smacco, e la premier avrebbe messo in chiaro che difficilmente potrà tollerare ulteriori defezioni.
Il dietrofront delle preferenze e il ruolo dei franchi tiratori
La seduta di martedì sera ha lasciato il segno. Il dato politico più rilevante della giornata è stato il mancato via libera all'emendamento presentato da Fratelli d'Italia, un provvedimento che avrebbe reintrodotto in parte le preferenze nella nuova legge elettorale, sebbene con una modifica sostanziale destinata a suscitare polemiche: l'abolizione della parità di genere nelle liste. La bocciatura, consumata a scrutinio segreto, ha acceso i riflettori sulle assenze di due figure chiave, la cui mancanza ai banchi è apparsa subito decisiva nel far fallire l'obiettivo della maggioranza.
Non si è trattato, evidentemente, di un caso isolato; a finire sotto accusa, con il dito puntato dai colleghi di coalizione, sono stati il forzista Francesco Cannizzaro, neo sindaco di Reggio Calabria, e la leghista Valeria Sudano, che attualmente ricopre l'incarico di guida del partito in Calabria. La loro assenza giustificata, come hanno assicurato i rispettivi gruppi parlamentari, si è però rivelata fatale per il raggiungimento del quorum necessario a far passare l'articolo.
Mattarella e i limiti dell'intervento presidenziale
Mentre il centrodestra si interroga su eventuali traditori e dissidenti, molti osservatori hanno cominciato a chiedersi se il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, potrebbe essere chiamato a svolgere un ruolo arbitrale nella vicenda, magari per stemperare le tensioni o per indicare una via d'uscita istituzionale.
Tuttavia, il quadro delineato dai fatti appare piuttosto netto: il Colle non può intervenire se non nei casi espressamente previsti dalla Costituzione, e la dinamica voto segreto-bocciatura degli emendamenti rimane un affare che riguarda esclusivamente la dialettica parlamentare. Mattarella, dunque, si trova a osservare il pasticciaccio da spettatore, senza la possibilità di incidere sul merito della riforma, a meno che non si verifichino condizioni ben più gravi e straordinarie, come eventuali crisi di governo.
L'idea che il Capo dello Stato possa risolvere la disputa sulle preferenze è stata definita, con un pizzico di realismo, una pura suggestione.
La maggioranza si ricompatta tra sospetti e dichiarazioni di tenuta
La seduta di ieri alla Camera si è aperta all'insegna dei sospetti, con i banchi della maggioranza percorsi da un brivido di nervosismo che non accenna a placarsi. Fratelli d'Italia, con il sostegno del generale Roberto Vannacci, ha continuato a spingere per la reintroduzione delle preferenze, una linea che ha trovato consensi ma anche resistenze. Nonostante la spaccatura emersa nelle ultime ore, i leader di partito e i ministri hanno cercato di ricucire lo strappo, ribadendo che l'esecutivo andrà avanti e che la legge elettorale, comunque, verrà portata a termine.
Si registra, nel frattempo, una certa tensione tra gli alleati, con i "fratelli" d'Italia che accusano Salvini e Tajani di non avere un controllo capillare sui propri deputati. Il governo, però, tenta di fare quadrato, consapevole che ogni ulteriore passo falso potrebbe compromettere non solo la riforma, ma anche la stabilità stessa della compagine di governo, mentre il voto segreto si conferma come la vera minaccia per la disciplina di coalizione.




