Il caso Biennale, la difesa di Buttafuoco e le parole di Marcello Veneziani: "L'Europa è peggio di Tafazzi, abbiamo il cannone puntato sulla Russia"
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Redazione Interno
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Lo scrittore Marcello Veneziani, intervenendo nel dibattito che ormai da giorni infiamma il mondo della cultura e della politica italiana, ha preso posizione a favore del presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, bersaglio di pesanti critiche per aver concesso il ritorno del padiglione russo alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte. La riflessione di Veneziani, che si inserisce in un clima di crescente tensione istituzionale e internazionale, parte da un presupposto netto: l’Europa, con la sua richiesta di escludere Mosca, mostrerebbe una miopia politica e culturale senza precedenti. “Con la censura l’Europa è peggio di Tafazzi”, ha dichiarato lo scrittore, utilizzando la nota metafora del comico per descrivere un atteggiamento che definisce autolesionista e fuori tempo massimo. “Siamo fermi a una guerra fa”, ha proseguito Veneziani, sottolineando come il Vecchio Continente continui a puntare il cannone contro la Russia mentre il contesto geopolitico globale, alle spalle e ai fianchi dell’Europa, sembrerebbe sul punto di implodere. La sua perplessità, espressa con toni netti, si concentra su quella che lui percepisce come una pratica collettiva e “suicida”: un’avanzata compatta verso scelte che isolano la cultura, mentre, a suo avviso, persino la Biennale, tradizionalmente isola felice dell’arte, viene ora attaccata perché non si allinea a una ragione che lui non esita a definire ottusa.
Mentre il fronte dei sostenitori della linea del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si stringe attorno all’esigenza di rispettare lo spirito delle sanzioni, dall’altra parte lo schieramento che fa capo alla Lega e alle istituzioni locali veneziane difende l’operato di Buttafuoco. Il vicepremier Matteo Salvini è stato tra i primi a intervenire, bacchettando il collega di governo e ribadendo un concetto che gli è caro: la Biennale è un ente autonomo e, così come nello sport, anche nell’arte il conflitto non dovrebbe trovare spazio. Parole, le sue, che riecheggiano quelle del presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, e del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, entrambi schierati a difesa dell’autonomia della fondazione lagunare. “Il ministro della Cultura Giuli sbaglia”, ha dichiarato Salvini senza mezzi termini, paragonando la questione alle polemiche sulle bandiere escluse durante le recenti Paralimpiadi, un errore, a suo dire, da non ripetere. Da Fratelli d’Italia, però, la replica non si è fatta attendere: il senatore Giulio Terzi, presidente della commissione Politiche dell’Unione europea, ha rivendicato la posizione del ministro, definendola di “buon senso” e allineata con quella di gran parte degli Stati membri dell’Unione, ventidue dei quali hanno firmato una lettera di condanna nei confronti della scelta della Biennale.
Nel frattempo, lo scontro si è fatto via via più aspro e si è arricchito di colpi di scena istituzionali. La decisione del ministro Giuli di chiedere le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del Ministero della Cultura nel Consiglio di amministrazione della Biennale, ha segnato un’accelerazione significativa. La Gregoretti, accusata di non aver informato il Ministero né delle trattative per il rientro della Russia, né del suo voto favorevole in consiglio, ha opposto un netto rifiuto alle dimissioni. “Sono serena”, ha dichiarato, forte dell’autonomia garantita dallo statuto della Fondazione, che svincola i consiglieri da chi li ha nominati. A questo si aggiunge la richiesta, inoltrata dal Mic alla Biennale, di tutti i documenti relativi all’allestimento del Padiglione Russia e alla corrispondenza con le autorità di Mosca, per verificare la compatibilità con le vigenti sanzioni internazionali. Uno scenario che ha spinto il Movimento 5 Stelle a chiedere l’audizione in Parlamento dello stesso Giuli, per fare chiarezza su quello che appare come un vero e proprio terremoto politico-culturale, con l’Ucraina che, per bocca del presidente Volodymyr Zelensky, ha duramente attaccato la scelta di Venezia, definendola una pericolosa operazione di propaganda per Mosca.




