Morte a Senigallia dopo l'inseguimento, la Procura indaga sull'uso del taser

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La domenica mattina di un fine settimana che si preannunciava come una delle tante giornate di routine sulla costa adriatica si è trasformata in una tragedia dai contorni ancora tutti da chiarire. È morto in ospedale, dopo un arresto cardiaco sopraggiunto mentre veniva trasportato in ambulanza, Oleksandr Muravskyi, il cittadino ucraino di 35 anni al centro di un rocambolesco inseguimento cominciato in Romagna e terminato a Senigallia.

Un epilogo drammatico che ha sconvolto la cittadina marchigiana e che ha spinto la Procura della Repubblica di Ancona ad aprire un fascicolo per fare piena luce su ogni singolo passaggio di quella mattinata, a partire dall'utilizzo del taser da parte dei carabinieri, un elemento considerato cruciale per stabilire la catena di eventi che ha condotto al decesso.

La ricostruzione della fuga e lo speronamento

Secondo le prime ricostruzioni, rese note dagli organi di stampa, la mattinata di Muravskyi era iniziata con un violento alterco con la compagna, una donna che al momento si trova ricoverata all'ospedale di Rimini a causa di un malore, accusato con ogni probabilità dopo aver appreso della tragica sorte del compagno. Al termine della lite, l'uomo si è messo alla guida della propria auto in uno stato di forte agitazione, percorrendo per un tratto la statale Adriatica contromano.

Un comportamento folle che ha creato il panico tra gli automobilisti e che ha costretto le forze dell'ordine a intervenire. Il primo contatto con le autorità è avvenuto quando l'auto dell'ucraino ha tentato di speronare un'autoradio dei carabinieri, un gesto che ha dato il via a un inseguimento ad alta tensione lungo la statale, fino all'arrivo a Senigallia. La sua corsa sfrenata, un vero e proprio slalom tra le auto in transito, è stata interrotta solo quando i militari dell'Arma sono riusciti a bloccarlo.

La colluttazione e il decesso in ambulanza

Il momento del fermo, tuttavia, non ha segnato la fine dell'incubo. Una volta fermata la vettura, Muravskyi è sceso dall'auto e ha aggredito fisicamente i carabinieri, dando vita a una colluttazione durante la quale uno dei militari è rimasto ferito. In quel frangente, per cercare di immobilizzare l'uomo e mettere fine alla sua furia, gli operatori hanno fatto ricorso al taser, l'arma a impulsi elettrici in dotazione alle forze dell'ordine.

Subito dopo l'utilizzo dello strumento, però, l'ucraino ha accusato un improvviso malore: il suo cuore ha ceduto, provocando un arresto cardiaco che lo ha portato alla morte mentre l'ambulanza stava correndo verso il nosocomio, un tragitto che si è rivelato vano per salvare la sua vita. La dinamica ha quindi sollevato più di un interrogativo, soprattutto riguardo al funzionamento del taser e alla corretta applicazione delle procedure di sicurezza in casi di tale gravità.

L'indagine della Procura di Ancona

L'intera vicenda è ora al vaglio della magistratura. La Procura di Ancona, competente per il territorio, ha avviato un'indagine conoscitiva che si preannuncia lunga e complessa, con l'obiettivo di accertare con precisione le cause del decesso e di valutare la condotta dei carabinieri intervenuti. I magistrati hanno disposto il sequestro del taser utilizzato durante il fermo, che dovrà essere sottoposto a perizie tecniche per verificare l'effettiva erogazione della scarica elettrica e l'eventuale presenza di malfunzionamenti.

Allo stesso tempo, saranno sentiti tutti i testimoni oculari e gli operatori sanitari che hanno avuto in cura il 35enne, mentre l'autopsia, che sarà disposta nei prossimi giorni, rappresenterà il passaggio fondamentale per stabilire se l'arresto cardiaco sia stato direttamente provocato dalla scarica del taser o se invece sia riconducibile a una condizione patologica preesistente, magari esacerbata dallo stato di agitazione e dallo sforzo fisico della colluttazione.

Il rispetto delle procedure e il ruolo dell'Arma

L'utilizzo del taser è da sempre oggetto di un dibattito acceso riguardo alla sua sicurezza, e la tragedia di Senigallia riporta prepotentemente alla ribalta il tema delle modalità di impiego di questi dispositivi. È giusto e doveroso che la Procura ricostruisca ogni fase dell'intervento, verificando la scrupolosa osservanza del protocollo da parte dei militari: dalla valutazione della minaccia alla scelta di utilizzare lo strumento, fino alla gestione immediata post-scarica, un momento particolarmente delicato per la salute del soggetto colpito.

Per l'Arma dei Carabinieri, la vicenda rappresenta un banco di prova importante per dimostrare la trasparenza delle proprie azioni, mentre la famiglia di Muravskyi e l'opinione pubblica attendono risposte chiare su una morte che al momento appare avvolta nel mistero e che ha scosso profondamente l'opinione pubblica delle Marche.

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