La tesi di Stefania Andreoli sul «ti amo» ai figli e la bufera tra i colleghi psicoterapeuti

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’ospitata di Stefania Andreoli nel programma “Agorà”, condotto da Marco Carrara, ha riaperto il vaso di Pandora su un tema che da anni divide l’opinione pubblica e la comunità scientifica: il linguaggio affettivo tra genitori e figli. La psicoterapeuta, autrice di diversi saggi e volto noto della divulgazione televisiva, ha ribadito con decisione la propria posizione, sostenendo che l’espressione «ti amo», nell’accezione italiana del termine, andrebbe riservata esclusivamente alla sfera sentimentale e di coppia. Secondo il suo approccio, dire «ti amo» a un bambino finirebbe per «chiamare fuori il partner», generando una pericolosa confusione di ruoli che offusca le sfumature affettive; a suo avviso, il «ti voglio bene» rappresenterebbe il sentimento più puro e incondizionato perché, al contrario della passione sentimentale, «il bene non passa mai».

Queste affermazioni, che l’ospite stessa ha definito parte di un impianto teorico coltivato da oltre venticinque anni, hanno innescato una reazione immediata sui social media, dove migliaia di genitori si sono detti in disaccordo. C’è chi le contesta con veemenza, rivendicando il diritto a esprimere un amore “travolgente” anche attraverso quel verbo, e chi invece sostiene la necessità di mantenere una distinzione netta tra i diversi tipi di legame. Tuttavia, a differenza di altre occasioni, la polemica non si è fermata al confronto tra utenti anonimi, ma è rapidamente degenerata in uno scontro frontale tra professionisti della salute mentale, una circostanza che Andreoli stessa ha giudicato imbarazzante e potenzialmente lesiva del decoro professionale.

Lo scontro deontologico e la replica della «doc» dei social

Ciò che ha trasformato un dibattito generazionale in una questione rale è stata la risposta di Andreoli alle critiche ricevute da alcuni colleghi, ai quali ha riservato accuse gravissime. In un videomessaggio pubblicato sul suo profilo Instagram, la psicoterapeuta – spesso chiamata “la doc” dai suoi seguaci – ha attaccato frontalmente chi l’ha criticata, sostenendo che quegli stessi professionisti le avessero in passato chiesto collaborazioni, sponsorizzazioni o ruoli nei loro corsi. La sua replica è apparsa carica di ironia quando ha dichiarato di trovare “strano” che, improvvisamente, il suo «impianto teorico» venisse etichettato come una semplice opinione personale, quando lo stesso non era mai successo in anni di pubblicazioni e apparizioni pubbliche.

La parte più rovente del messaggio, però, ha riguardato la violazione del codice deontologico. Andreoli ha ricordato l’esistenza di un articolo specifico che vieterebbe ai terapeuti di commentare negativamente il lavoro dei colleghi sui media pubblici e ha invitato il pubblico a «annusare l’uso strumentale» che certi personaggi fanno della propria presenza digitale. L’avvocata Annalisa Bernava, intervenuta a sua volta, ha aggiunto che i colleghi rei di diffamazione rischiano non solo azioni legali, ma anche il deferimento al proprio Ordine professionale. Un attacco che, di fatto, ha trasformato una disputa semantica sull’affetto in una resa dei conti giudiziaria e disciplinare.

L’analogia con la dinamica influencer e la difesa dei gesti “proibiti”

Osservando lo sviluppo della vicenda, appare evidente come la reazione di Andreoli ricalchi lo schema tipico del dibattito che coinvolge i creator e gli opinion leader nell’era dell’algoritmo: quando il dissenso diventa maggioranza, chi parla da una cattedra virtuale rimprovera al pubblico il “tono” o la “strumentalizzazione”, delegittimando l’avversario sul piano etico piuttosto che su quello sostanziale. Secondo alcuni osservatori, la professionista si è sentita vittima di un “reato di lesa maestà” digitale, difendendo il proprio pensiero – peraltro già espresso in libri come “Un’ottima famiglia” – con lo scudo delle regole di categoria.

Nel mirino della polemica, oltre al famigerato «ti amo», sono finite anche altre abitudini domestiche molto radicate, come i baci sulla bocca tra genitori e figli o la consuetudine di scambiare regali per San Valentino. Gesti che Andreoli ritiene inappropriati perché, a suo dire, invadono lo spazio psicologico che dovrebbe appartenere esclusivamente al partner adulto. Le reazioni sono state particolarmente vivaci tra le madri che frequentano i gruppi di “mamma influencer”, le quali hanno accusato la psicoterapeuta di avere una visione fredda e distaccata della genitorialità, snaturando la spontaneità del rapporto affettivo.

La linea di difesa dei sostenitori: «Non c’è guerra all’amore, solo riflessione linguistica»

Nonostante il coro di critiche, non sono mancate voci a sostegno della tesi di Andreoli. Alcuni utenti, infatti, hanno difeso il diritto della professionista ad aprire una riflessione complessa senza che questa venisse fraintesa come un attacco all’amore materno o paterno. In particolare, nel dibattito è intervenuta la psicologa clinica Francesca Picozzi, la quale ha osservato che l’ira dei genitori deriva dalla percezione di essere giudicati dall’alto: «La frase “È tutto sbagliato” arriva nella pancia dei genitori. Come se dicesse, ti vedo da dietro lo schermo che stai sbagliando». Un meccanismo che Picozzi attribuisce alla generazione cresciuta con «genitori assenti», la quale oggi cerca di compensare con un’iper-presenza affettiva che rischia di confondere le distanze.

Altri commentatori, più distaccati dal polverone mediatico, hanno invitato a distinguere tra la sostanza educativa e la forma lessicale. Secondo questa posizione, il problema non sarebbe rappresentato dall’uso di una parola piuttosto che un’altra, ma dalla difficoltà delle famiglie moderne di negoziare i confini emotivi. E se il dibattito si sposta così accanitamente su una questione di semantica – si domanda la psicoterapeuta Ester Costantino – significa che forse la categoria sta trascurando questioni ben più urgenti legate alla crescita e al disagio giovanile. Un invito, quest’ultimo, a ridimensionare lo scontro e a riportare l’attenzione sulla complessità dei legami, al di là dei tormentoni da social network.

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