Ilva, la partita sul futuro tra cassa integrazione e cokerie spente. Il governo sotto accusa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil, utilizza una metafora domestica per squarciare il velo su una situazione industriale complessa, paragonando la gestione di Acciaierie d'Italia a quella di un immobile da vendere dopo un superficiale ritocco. “Se vuoi vendere una casa, ritinteggi i muri e fai pulizie straordinarie”, afferma, criticando con decisione la scelta di tenere in cassa integrazione i manutentori mentre si cerca un acquirente. La sua posizione, che emerge con forza nel dibattito, si concentra sulla critica agli ulteriori cinquanta milioni di euro stanziati per garantire la continuità produttiva in attesa della possibile vendita al gruppo americano Flacks, un'operazione che vede scadere il termine alla fine di gennaio. De Palma avanza piuttosto l'ipotesi di un “socio industriale”, sottolineando come il governo debba ora fornire garanzie concrete sul destino del polo, evitando soluzioni che appaiano come semplici abbellimenti temporanei.
Lo scontro politico sul dossier industriale
Il futuro dell'ex Ilva, come spesso accade, diviene rapidamente terreno di un aspro confronto politico, nel quale le parti si scambiano accuse reciproche. Alle dichiarazioni del senatore del Movimento 5 Stelle Mario Turco, che ha attaccato l'operato dell'esecutivo, ha fatto seguito una replica dura del deputato di Fratelli d'Italia Dario Iaia, il quale respinge ogni critica proveniente dall'opposizione. Iaia, rappresentante della città di Taranto, rigetta in toto l'idea che si stia preparando una “vendita predatoria” dell'asset siderurgico, difendendo l'azione dell'attuale governo nella gestione del delicato dossier. Uno scambio che evidenzia le profonde divergenze di visione, lasciando sullo sfondo la sostanza degli interventi necessari a rilanciare la produzione.
I lavori in cokeria e lo stop delle batterie
In questo quadro già teso, si inserisce un altro tassello operativo destinato ad accendere ulteriori polemiche. È infatti atteso in questi giorni il provvedimento del ministero dell'Ambiente che autorizzerà la società a fermare tre batterie della cokeria, impianto cruciale per la trasformazione del carbone in coke. L'intervento, che riguarderà le batterie numero 7, 8 e 12 a partire dal 20 gennaio e fino ad aprile del 2026, è finalizzato a consentire lavori di manutenzione straordinaria su un impianto collegato. La bozza del parere ministeriale, stando a quanto si apprende, risulta favorevole, posizione confermata anche dal verbale della conferenza dei servizi che ha visto la partecipazione di tutti gli enti competenti, dall'Ispra alle agenzie ambientali locali, fino agli enti territoriali.
La rabbia sindacale e le incognite produttive
La decisione di procedere con lo stop parziale della cokeria, sebbene tecnicamente motivata, non fa che alimentare le preoccupazioni dei sindacati, già allertati dalla condizione di migliaia di lavoratori in cassa integrazione. La rabbia, come si evince dalle reazioni, nasce dalla percezione di una gestione a compartimenti stagni, dove la manutenzione straordinaria procede mentre la forza lavoro specializzata rimane ai margini. Un contrasto che solleva interrogativi sulla reale capacità di pianificare una ripresa organica e strutturale dell'intero ciclo produttivo, lasciando intuire quanto il percorso per il rilancio dello stabilimento sia ancora lungo e costellato di ostacoli sia tecnici che politici.




