Ex Ilva, chiesta la cassa integrazione per 3.926 dipendenti dopo l'incendio all'altoforno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non si placa la crisi dell'ex Ilva, dove l'incendio scoppiato il 7 maggio nell'altoforno Afo1 – riattivato solo sette mesi fa – ha costretto l'azienda a dimezzare la produzione, con conseguenze che si ripercuotono su tutta la filiera. La richiesta di cassa integrazione, che coinvolge 3.926 lavoratori tra Taranto e gli stabilimenti collegati in altre regioni, rischia di aggravare ulteriormente una situazione già compromessa, mentre il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, teme ripercussioni sui negoziati per la vendita dell'acciaieria.

Le fiamme, che hanno creato «scene da incubo» pur senza causare feriti, hanno riaperto polemiche mai sopite. Da un lato, l'azienda accusa la Procura di aver rallentato gli interventi necessari, dall'altro le autorità ribattono di aver agito nei tempi previsti. «Sulla base delle valutazioni di Arpa Puglia», ha precisato la Procura in una nota, «sono state autorizzate quasi tutte le attività richieste, escluse solo quelle in conflitto con le esigenze probatorie legate al sequestro». Un riferimento chiaro all'indagine ancora in corso, che vede l'altoforno 1 sotto sequestro.

Intanto, a Taranto il futuro green dell'acciaieria – più volte promesso e mai concretizzato – sembra allontanarsi ancora una volta. Con la produzione bloccata e migliaia di lavoratori in attesa di chiarimenti, l'incertezza regna sovrana. E mentre i sindacati chiedono risposte, l'ombra della cassa integrazione si allunga su una città che, nonostante tutto, continua a dipendere da un'acciaieria divisa tra emergenze ambientali, giudiziarie e industriali.

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