Daniela Ruggi, il ritrovamento del cellulare nella torre cambia le ipotesi sulla morte
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Redazione Interno
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È stato rinvenuto all'interno della Torre del Pignone, a Vitriola di Montefiorino, il telefono cellulare di Daniela Ruggi, la trentunenne scomparsa nel settembre del 2024 e i cui resti – un teschio poi identificato tramite test del Dna, una ciocca di capelli e alcuni indumenti – erano stati trovati da una coppia di escursionisti lo scorso gennaio.
L’apparecchio, un modello particolarmente resistente che la giovane non si separava mai, è emerso nel corso delle recenti ricerche condotte dai carabinieri insieme agli esperti del Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) tra le macerie della struttura medievale in disuso. E proprio questo ritrovamento, spiegano gli inquirenti, rischia ora di ribaltare completamente la direzione delle indagini, aprendo scenari molto diversi da quello finora battuto.
Perché il telefono allontana l’ipotesi dell’omicidio
La Procura di Modena, che aveva inizialmente aperto un fascicolo per omicidio contro ignoti, si trova oggi a dover considerare con sempre maggiore insistenza la pista della fatalità. Il ragionamento degli investigatori, a questo proposito, è lineare: un potenziale assassino – si ipotizza – non avrebbe mai abbandonato il cellulare della vittima accanto al corpo, sia per non lasciare tracce digitali e biologiche determinanti, sia perché la presenza del dispositivo avrebbe potuto facilitare il ritrovamento del cadavere già nelle prime fasi delle ricerche.
Il fatto che il telefono, per di più un "Kingkong" della Cubot regalatole da un amico, sia stato trovato intatto nonostante il crollo e il lungo tempo trascorso sotto il terriccio, rafforza ulteriormente la convinzione che Daniela Ruggi sia morta proprio lì dentro, senza che nessuno abbia potuto o voluto rimuovere quell’indizio ingombrante.
Le tre piste sul campo: caduta, crollo o malore
Se dunque l’omicidio perde quota, quali sono le alternative? Gli inquirenti ne stanno seguendo tre, tutte riconducibili a una tragica evenienza. La prima è quella della caduta accidentale, magari mentre la trentunenne si muoveva al buio tra i ruderi della torre. La seconda, strettamente collegata, ipotizza un cedimento improvviso della struttura fatiscente: un solaio, una trave marcia che l’avrebbe travolta. E la terza, infine, parla di un malore improvviso che non le avrebbe lasciato scampo.
A sostegno di queste tesi c’è anche il dato tecnico fornito dagli esperti: il cellulare è rimasto collegato alla rete fino a poco dopo le 23:30 del 20 settembre 2024, per poi spegnersi, probabilmente per esaurimento della batteria. Un dettaglio, questo, che suggerisce come la giovane – se ancora in vita a quell’ora – avrebbe senz’altro tentato di ricaricarlo, invece di restare inerme tra le macerie.
Le analisi scientifiche e le verifiche in corso
La parola, adesso, passa ai laboratori. I resti ossei di Daniela Ruggi, insieme agli indumenti recuperati e ovviamente al telefono, sono stati inviati a Milano per essere sottoposti a tutti gli accertamenti del caso. Sarà compito dei consulenti informatici tentare di estrarre dal dispositivo l’ultima cronologia, i messaggi o – se ancora accessibili – i dati di localizzazione utili a ricostruire le ultime ore di vita della donna.
Nel frattempo, i rilievi nella torre di Vitriola sono proseguiti nelle scorse settimane con l’ausilio di mezzi meccanici per rimuovere i ruderi, operazioni che hanno già portato al ritrovamento di piccole ossa (compatibili con le falangi di una mano) e che continueranno sotto il coordinamento della Procura. L’obiettivo è chiaro: raccogliere ogni frammento possibile prima di chiudere definitivamente il cerchio su una vicenda che ha sconvolto l’Appennino modenese.




