Arresti nel clan Zagaria, l’indagine partita nel 2019: bar, pizzerie, autonoleggi come basi operative

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Partita ormai sei anni fa, l’indagine che oggi ha portato a decine di manette nei confronti del clan Zagaria ha restituito un quadro tanto dettagliato quanto inquietante: a sostegno del gruppo criminale, quello che fa capo alla famiglia omonima, esiste ancora un’intera struttura parallela fatta di affiliati e “amici” – molti dei quali insospettabili e perfettamente integrati nel tessuto produttivo e relazionale quotidiano – pronti a fornire man forte all’azione intimidatoria. E non solo. La rete, a ben vedere, aveva l’obiettivo di stringere sempre di più le maglie attorno agli interessi illeciti, proteggendoli con una sorta di scudo grigio fatto di connivenze silenziose. Le basi operative, quelle scelte per organizzare riunioni di camorra durante le quali si decideva cosa estorcere, chi colpire e quanto chiedere a danno di esercenti e compravendite di terreni, erano locali comuni: bar, pizzerie, autonoleggi. Luoghi dove chiunque, ignaro, avrebbe potuto sedersi accanto a un tavolo di condannati.

«Lo Stato vince ma i clan cambiano pelle»

Un’indagine lunga e strutturata su più livelli, quella coordinata dalla Dda, ha consentito di fare luce su un sistema che, nelle intenzioni degli investigatori, andava colpito alla radice. Il comandante Manuel Scarso, nel corso di un’intervista rilasciata ai cronisti, ha spiegato senza giri di parole il senso dell’operazione: «È complessa e completa – ha detto –, ci ha permesso di smantellare un’organizzazione, quella facente capo alla famiglia Zagaria, che agiva sul territorio e investiva anche all’estero». Abbiamo accertato, prosegue Scarso, l’esistenza dei reati, la rete di complicità diffuse, le singole responsabilità, ma anche la presenza di una cassa comune della criminalità. I flussi economici, con i relativi investimenti, il riciclaggio, persino la struttura familiare e verticistica del sodalizio: nulla è stato lasciato al caso. Eppure, avverte il comandante, «lo Stato vince, ma i clan cambiano pelle»: una consapevolezza che induce a non abbassare mai la guardia.

Latitanti d’oro: gestivano immobili tra Dubai e Tenerife

Tentacoli ben saldi sul territorio d’origine, ma ambizioni sempre più proiettate all’estero. Dai casalesi, si sapeva, ci si aspettava una capacità di adattamento notevole; quel che forse molti non avevano previsto era la dimensione internazionale raggiunta dal gruppo sotto la reggenza di Antonio e Carmine Zagaria – fratelli del boss Michele, detenuto al 41-bis – che dal 2019 a oggi hanno rilanciato in grande stile le attività del gruppo casertano. Una delle direttrici privilegiate di questa espansione è stata la geografia degli investimenti immobiliari: Dubai e Tenerife, due località lontane dai radar di inquirenti e forze dell’ordine, sono diventate le vetrine dorate dei fratelli latitanti. Lì, spiegano gli atti, venivano gestiti appartamenti e ville senza mai mettere piede in Italia, se non per brevi e calibrate incursioni. Un impero, quello costruito, capace di esercitare un controllo capillare su attività commerciali e realtà imprenditoriali senza mai apparire in prima persona.

Le trame del politico e il business dei rifiuti a Mondragone

Nell’ordinanza eseguita su impulso del procuratore Gratteri, però, emergono anche legami inquietanti con la politica locale. C’è il nome del consigliere regionale di Forza Italia Giovanni Zannini, finito nelle carte del maxi blitz di stamane. Le conversazioni risalgono al 2019: in una di esse, Franco Lombardi – descritto come portavoce dell’ala imprenditoriale del clan – cerca di far aggiudicare il servizio di raccolta rifiuti a Mondragone a una ditta amica. Come? Attraverso l’intercessione del politico, che nel 2020 si candidò in una lista sostenuta da Vincenzo De Luca. Zannini, stando alle intercettazioni, veniva considerato dagli Zagaria come un interlocutore affidabile, quasi un uomo di riferimento cui chiedere voti e favori. Il business della spazzatura, insomma, si conferma una delle rotte preferite dalla camorra per riorganizzarsi dopo i colpi subiti. E le carte parlano chiaro: non si tratta di semplici contatti, ma di una regia pensata per condizionare gare pubbliche e decidere chi doveva guadagnare.

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