Il tumore del pancreas, la malattia che non perdona: dalla diagnosi tardiva di Enrica Bonaccorti alle nuove speranze dalla ricerca

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La notizia della scomparsa di Enrica Bonaccorti, avvenuta il 12 marzo del 2026, ha riportato l'attenzione su una delle patologie oncologiche più temute e difficili da contrastare, quel tumore al pancreas che le era stato diagnosticato pochi mesi prima, nell'autunno del 2025. La conduttrice, apparsa l'ultima volta in televisione a metà febbraio, aveva raccontato con discrezione la sua battaglia, condividendo in un'intervista a Verissimo la consapevolezza di non avere "tantissime speranze", nonostante l'iniziale ottimismo mostrato dopo la scoperta della malattia. Un decorso rapido, purtroppo, che ricalca la triste statistica di una neoplasia subdola, spesso silente fino a quando non ha già compiuto la sua avanzata, e che nel nostro paese ha fatto registrare, secondo i dati della Fondazione Veronesi, circa 13.585 nuove diagnosi nel solo 2024.

A rendere particolarmente insidioso il carcinoma pancreatico è la sua capacità di crescere e diffondersi senza manifestare sintomi chiari nelle fasi iniziali. Quando questi ultimi si presentano, si è purtroppo già in uno stadio avanzato della malattia. Si parla di un'incidenza in costante crescita, con un aumento del 21% nell'ultimo decennio, e le proiezioni parlano chiaro: nei prossimi anni, questa patologia è destinata a diventare la seconda causa di morte per cancro nei Paesi occidentali. I segnali da non ignorare, come spiegano gli oncologi, sono molteplici, sebbene aspecifici. Tra questi, un dimagrimento inspiegabile, dolori addominali e alla schiena, ittero (cioè la colorazione giallastra della pelle e degli occhi), e un sintomo meno noto ma rivelatore come la steatorrea, ossia feci chiare, untuose e maleodoranti che galleggiano nel water, indice di un malassorbimento dei grassi dovuto a una cattiva funzionalità dell'organo.

Ma se la diagnosi tardiva rappresenta da sempre il tallone d'Achille nella lotta a questo tumore, la comunità scientifica non smette di indagare le sue peculiarità biologiche per mettere a punto nuove strategie terapeutiche. Studi recentissimi, come quello condotto dal Cold Spring Harbor Laboratory e guidato dal professor Jeremy Nigri, hanno fatto luce su un'importante connessione tra la neoplasia e il sistema nervoso, un'osservazione che conferma e approfondisce ricerche precedenti. I nervi, si è scoperto, non sono semplici "spettatori" ma veri e propri "complici" del tumore, che li utilizza come autostrade preferenziali per metastatizzare attraverso il fenomeno noto come "invasione perineurale". Questo spiega in parte l'aggressività di un cancro che, come evidenziato da uno studio pisano pubblicato su Pancreatology, vede nella proteina prionica, il tristemente noto agente del morbo della mucca pazza, un possibile cofattore nella sua genesi e nella sua spiccata tendenza a diffondersi lungo i fasci nervosi.

Recenti scoperte e nuove frontiere terapeutiche contro il tumore del pancreas

La ricerca, tuttavia, non si ferma alla comprensione dei meccanismi d'azione e sta producendo risultati incoraggianti anche sul fronte delle cure. Una recente scoperta, pubblicata sulla rivista Cancer Cell da un team dell'Università Tecnica di Monaco guidato dal professor Ekin Demir, ha rivelato che le cellule tumorali pancreatiche sono in grado di formare delle vere e proprie "pseudosinapsi" con i neuroni. Attraverso queste strutture, le cellule cancerose captano il neurotrasmettitore glutammato, scatenando al loro interno delle onde di calcio che alimentano la crescita e la proliferazione. Un meccanismo sofisticato che, se bloccato con farmaci mirati, apre scenari terapeutici completamente nuovi, come già dimostrato con successo nei modelli murini.

Parallelamente, la clinica registra passi avanti significativi. Se fino a ieri le opzioni per i pazienti con malattia localmente avanzata non operabile erano limitate, oggi si affaccia una nuova speranza concreta. Lo scorso febbraio, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato Optune Pax, un dispositivo indossabile che, attraverso campi elettrici a bassa intensità, interferisce con la divisione delle cellule tumorali, inibendone la crescita. Utilizzato in combinazione con la chemioterapia standard, il dispositivo ha dimostrato di aumentare la sopravvivenza globale mediana di due mesi, un risultato statisticamente significativo per una patologia in cui ogni piccolo passo avanti è una conquista. Inoltre, i pazienti trattati con questa innovativa terapia hanno goduto di un miglior controllo del dolore e di una migliore qualità della vita, aspetti tutt'altro che secondari nel percorso di cura.

Non meno importanti sono i progressi nell'ambito della chemioterapia pre-operatoria. Lo studio italiano CASSANDRA, presentato al congresso dell'American Society of Clinical Oncology e coordinato dall'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ha dimostrato come l'utilizzo della combinazione PAXG prima dell'intervento chirurgico possa aumentare l'efficacia del trattamento nei pazienti con tumore operabile, migliorando la risposta patologica e riducendo il rischio di progressione della malattia. Un approccio che ribalta il paradigma tradizionale, anticipando la terapia sistemica per aggredire fin da subito le micrometastasi invisibili e aumentare le probabilità di successo dell'operazione. I dati diffusi dall'Istituto Pascale di Napoli, in occasione della Giornata mondiale dedicata, confermano del resto un lieve miglioramento della sopravvivenza netta a cinque anni dalla diagnosi, che si attesta ora attorno all'11-12%, un piccolo ma importante segnale che la direzione intrapresa dalla ricerca è quella giusta.

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