Strage di Castel d’Azzano, Piffari era vivo dopo l’esplosione: nuovi dubbi sul blitz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Marco Piffari era ancora vivo quando i soccorritori sono riusciti a raggiungerlo dopo l’esplosione del casolare di Castel d’Azzano, la tragedia che il 14 ottobre 2025 ha provocato la morte di tre carabinieri durante l’intervento nello stabile dei fratelli Ramponi. I nuovi elementi raccolti nell’inchiesta riguardano la gestione del blitz, le modalità dell’accesso all’immobile e le comunicazioni avvenute nelle fasi precedenti alla deflagrazione.

La procura generale di Venezia ha aperto un fascicolo sulla catena di comando che organizzò l’operazione condotta nelle campagne veronesi. L’indagine riguarda i vertici dei carabinieri di Verona che definirono le modalità dello sgombero del casolare, un immobile pignorato ai tre fratelli per il recupero di vecchi debiti e da tempo al centro di tensioni con gli incaricati delle procedure esecutive.

La mattina del 14 ottobre davanti alla casa si erano presentati circa trenta operatori tra carabinieri, poliziotti, vigili del fuoco e personale incaricato dello sgombero. L’obiettivo era eseguire gli accertamenti nell’abitazione e consentire la liberazione dell’immobile occupato da Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, che avevano più volte manifestato opposizione alla consegna della struttura.

Le immagini registrate dalle bodycam dei militari hanno portato nuovi elementi agli atti dell’inchiesta. Nei filmati viene evidenziato anche un avvertimento relativo alla presenza di gas all’interno del casolare prima dell’innesco che ha provocato il crollo della struttura, un aspetto che i familiari di Marco Piffari hanno indicato nell’esposto presentato alla procura chiedendo accertamenti sulle decisioni operative.

La prima squadra a intervenire fu la Uopi della Polizia, incaricata di rimuovere le bottiglie molotov presenti sul tetto e impedire un’eventuale fuga attraverso il lucernario. Gli agenti avevano già considerato il rischio di una reazione dall’alto perché in un precedente tentativo di accesso al casolare alcune persone si erano rifugiate sul tetto minacciando di incendiare l’edificio.

L’esplosione ha provocato il collasso dell’abitazione e la morte dei carabinieri Davide Bernardello, Valerio Daprà e Marco Piffari. Le ricostruzioni investigative hanno indicato la presenza di bombole di gas e materiale incendiario nell’edificio, elementi che hanno portato all’accusa di strage nei confronti dei fratelli Ramponi.

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