Strage di Castel d’Azzano, sotto accusa il blitz dei carabinieri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le modalità dell’irruzione nel casolare dei fratelli Ramponi sono al centro delle contestazioni sollevate dai familiari delle vittime della strage di Castel d’Azzano, mentre un’inchiesta disciplinare riguarda tre ufficiali dei Carabinieri. La presa di posizione è arrivata durante la prima udienza del processo davanti alla Corte d’Assise di Verona, aperto il 26 ottobre a carico di Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi. Gli avvocati Marco Libardi e Davide Adami, che assistono la famiglia del carabiniere Marco Piffari, hanno denunciato le criticità dell’intervento con una frase netta: «Quella sera non funzionò nulla fin dall’inizio». Le contestazioni riguardano la preparazione e la gestione di un’operazione che si è conclusa con una deflagrazione devastante.

L’irruzione e i dubbi sulla gestione del rischio

L’intervento del 14 ottobre 2025 doveva consentire lo sfratto degli occupanti e la liberazione dell’immobile, con la verifica dell’eventuale presenza di materiale esplosivo. L’operazione si svolse nel casolare di via San Martino, dove le condizioni di pericolo legate alla presenza di gas rappresentavano un elemento centrale. Proprio la valutazione del rischio, le modalità di accesso e il coordinamento delle squadre sono aspetti che assumono rilievo nel confronto sulle responsabilità organizzative. Le critiche dei familiari si concentrano sulle decisioni prese prima e durante l’irruzione, mentre il procedimento disciplinare relativo agli ufficiali costituisce un fronte distinto da quello penale contro gli occupanti dell’edificio.

Il bilancio umano della deflagrazione fu di tre carabinieri morti e altri 25 operatori delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco feriti. L’esplosione distrusse il casolare e lasciò sul posto macerie e parti della struttura crollate. A distanza di un anno, l’area di via San Martino è ancora delimitata dalle transenne e conserva i segni materiali della tragedia. Tra i resti del cortile è rimasto anche un carretto pieno di fieno, testimonianza dell’attività agricola che si svolgeva nell’immobile prima dell’intervento. La devastazione è lo sfondo concreto di un procedimento nel quale le ricostruzioni tecniche e le testimonianze dovranno distinguere le condotte contestate agli imputati dalle eventuali responsabilità relative alla pianificazione del blitz.

Il processo ai fratelli Ramponi

Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, rispettivamente di 66, 64 e 60 anni, sono imputati per strage, detenzione di esplosivi e resistenza a pubblico ufficiale. Le accuse dovranno essere esaminate nel dibattimento, senza confondere le contestazioni della Procura con responsabilità già accertate con una sentenza definitiva. Il procedimento penale riguarda la condotta attribuita ai tre fratelli in relazione all’esplosione, mentre le verifiche sull’operato degli ufficiali affrontano un diverso profilo della vicenda. Per le famiglie dei militari uccisi, la ricostruzione dell’intervento è parte essenziale della ricerca di risposte su quanto accaduto durante l’operazione.

La prima udienza ha segnato anche il ritrovarsi in aula dei tre imputati dopo un anno. Maria Luisa si è presentata con una giacca a vento grigio chiaro e con il volto segnato dagli interventi ricostruttivi resi necessari dalle ustioni riportate nell’esplosione. Seduta in prima fila accanto alla propria avvocata, Serena Gasperini, non si è girata verso i fratelli. Franco e Dino non sono ancora stati trasferiti nel carcere di Verona, nonostante l’istanza relativa al trasferimento sia stata accolta dal tribunale di Sorveglianza: il provvedimento non è stato ancora eseguito.

Le questioni ancora da chiarire in aula

Il dibattimento dovrà affrontare le accuse penali e le ricostruzioni contrapposte sulle circostanze dell’esplosione. La distinzione tra i diversi procedimenti è importante: l’inchiesta disciplinare sugli ufficiali riguarda la gestione dell’operazione, mentre il processo davanti alla Corte d’Assise è chiamato a valutare le responsabilità degli imputati per i reati contestati.

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