Conte e quel fantasma del 2016: l’Italia sogna il “condottiero” mentre Napoli trema
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Sembrava acqua passata, quel lontano 2 luglio 2016 quando Andrea Barzaghi, con la voce rotta dall’emozione, restituì alle cronache un’eliminazione che faceva più male del solito: “Nessuno si ricorderà di questa Nazionale che ha dato tutto”. Eppure, a distanza di quasi un decennio, le parole di quel giorno risuonano drammaticamente attuali, quasi fossero il triste sottofondo di una “maledizione” che continua a pesare sul collo degli Azzurri. L’Italia, lo ricordiamo, è fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva – l’ultima eliminazione certificata dalla Bosnia ai calci di rigore nella finale dei playoff – e il vuoto lasciato da Gennaro Gattuso, dimessosi dopo l’ennesima débâcle, chiede un nome capace di ricostruire dalle macerie. Quel nome, inevitabilmente, riporta alla mente le imprese di Francia 2016: quando Antonio Conte, l’uomo che trasformò una squadra senza “fenomeni” in una macchina da guerra capace di umiliare il Belgio e sbattere fuori la Spagna, venne fermato solo dai rigori scellerati di Zaza e Pellè contro la Germania campione del mondo.
Giaccherini e il metodo Conte: “Vomitavamo in campo, ma poi volavamo”
Per capire cosa significhi lavorare sotto la sua egida, basta ascoltare chi quel metodo lo ha subito – e apprezzato – sulla propria pelle. Emanuele Giaccherini, ex jolly della Juventus e della Nazionale che proprio in quella spedizione francese firmò il gol al Belgio, ha raccontato a cuore aperto i retroscena di Coverciano. Le sue parole dipingono un ritratto quasi spartano del tecnico leccese: “Sedute in cui vomitavamo, avevamo bisogno delle maschere d’ossigeno per finire l’allenamento. Uscivamo stremati”. Una preparazione al limite della follia, insomma, che però – a suo dire – produceva un effetto paradossale: in campo si volava. Giaccherini, che ne ha visti tanti di allenatori, non ha dubbi sul fatto che Conte sia “il migliore” per rifondare l’Italia, capace di trasformare i calciatori in “soldati pronti alla battaglia” e di ricucire quello strappo tra club e Nazionale che negli ultimi anni ha avvelenato il movimento.
L’abbraccio (a peso) di De Laurentiis e il veto di Zazzaroni
Ma se il cuore del tifoso azzurro batte forte per un possibile ritorno del “condottiero”, a Napoli la prospettiva di perdere l’architetto del recente scudetto suona come una doccia gelata. La situazione, dal punto di vista contrattuale, è ancora tutta da decifrare: Conte ha un altro anno di contratto con i partenopei, ma l’intesa con il presidente Aurelio De Laurentiis – come spesso accade con i vulcanici del calcio – è un continuo “tira e molla”. Secondo quanto riportato da alcune fonti, lo stesso patron azzurro avrebbe aperto a una sua eventuale partenza, ammettendo che se Conte chiedesse di andare in Nazionale, lui direbbe “sì”. Tuttavia, non tutti sono d’accordo con questa linea morbida. Ivan Zazzaroni, direttore del “Corriere dello Sport”, ha lanciato un vero e proprio appello a De Laurentiis: “Se fossi in lei, non lo lascerei andare. Conte ha gli stessi punti dello scorso anno nonostante tantissimi infortuni; la differenza la fa l’Inter che sta facendo meglio”. Un avvertimento chiaro, insomma, che dipinge Conte come un valore aggiunto insostituibile, nonostante qualche altalena stagionale di troppo.
L’auto-candidatura e il mal di fondo del sistema Italia
L’interessato, dal canto suo, non ha certo gettato acqua sul fuoco. Anzi. Reduce dalla vittoria sul Milan, Conte ha scelto le parole giuste per tenere aperto il fronte, senza però sbilanciarsi più di tanto. “Sono lusingato – ha dichiarato – e se fossi il presidente della Figc mi metterei in lista”. Un’apertura di credito che sa tanto di candidatura ufficiale, anche se il tecnico ha ricordato di avere un contratto in essere e che ogni decisione verrà presa solo a fine stagione. Al di là delle strategie di spogliatoio, però, Conte ha voluto lanciare un messaggio più profondo, quasi politico, sullo stato di salute del calcio italiano. Dopo la terza assenza consecutiva a un Mondiale, il suo ragionamento è spietato: “Serve qualcosa di serio. Quando ero in Nazionale, si parlava tanto, ma ricevevo pochissimo aiuto dai club. Ora tutto è visto come un disastro, ma anche nei disastri c’è sempre qualcosa da salvare”. Parole che suonano come un’accusa diretta alla frammentazione del sistema, quella stessa frammentazione che ha portato l’Italia a guardare la Coppa del Mondo in televisione per l’estate del 2026.




