Tim vale di più: rilancio dietro l’angolo? Ecco quanto può salire la proposta in contanti di Poste

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio lanciata da Poste Italiane su Tim – un’operazione che valuta l’intero capitale dell’ex monopolista 10,8 miliardi di euro, equivalenti a 0,635 euro per azione – ha aperto una partita a tre che vede contrapposte la prudenza del management postale, le aspettative del mercato e l’inerzia apparentemente granitica di chi siede ai vertici dell’azienda controllata. Martedì 24 marzo, mentre i broker iniziavano a setacciare il perimetro dell’affare alla ricerca di spazi per un possibile rilancio della componente in contanti, il ceo di Poste, Matteo Del Fante, ha voluto mettere subito un punto fermo: non ci sarà alcun aumento del corrispettivo, né tantomeno margini di trattativa sul prezzo, nonostante alcune prime analisi suggerissero che la valutazione inCorporasse uno sconto significativo rispetto al potenziale industriale del gruppo.

Secondo le valutazioni circolate tra gli analisti – confermate indirettamente dalla cautela mostrata dall’advisor Barclays – l’offerta attuale sottostimerebbe Tim alla luce delle numerose opzioni strategiche ancora aperte, tra cui il consolidamento del mercato domestico e possibili accordi di condivisione delle reti radio (Ran sharing) che potrebbero generare valore aggiunto non ancora riflesso nei conti. È proprio su questo punto che si gioca la partita più delicata: Del Fante ha escluso categoricamente un rilancio, motivando la scelta con la necessità di preservare il giudizio investment grade del gruppo postale, un’ancora di salvezza reputazionale che nessuna manovra aggressiva sulla liquidità può permettersi di mettere a rischio.

Il silenzio di Labriola e il verdetto del mercato

Di fronte all’assalto, l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, ha scelto una linea di condotta improntata a quella che potremmo definire una “calma olimpica”, dichiarando in un’intervista esclusiva a Bloomberg Tv che l’opas «non è la prima né l’ultima sul mercato» e che spetterà proprio al mercato, non ai vertici aziendali, giudicare l’equità del valore proposto. Una posizione, la sua, che lascia intendere come la valutazione dell’operazione vada ben oltre i numeri scritti nel comunicato stampa, abbracciando piuttosto le prospettive di sviluppo e le sinergie industriali che un’integrazione così complessa potrebbe – o forse no – generare.

Labriola, che negli ultimi cinque anni ha guidato la società con un approccio definito “favorevole al mercato”, ha voluto sottolineare come il lavoro di risanamento e la separazione della rete abbiano restituito a Tim una solidità tale da renderla oggi un partner importante per Poste, indipendentemente dalle modalità tecniche dell’aggregazione. Le sue parole suonano come una sorta di lasciapassare per gli azionisti che, in attesa di un eventuale rilancio, osservano l’andamento del Titolo – in rialzo ma ancora sotto il prezzo teorico dell’offerta – con la consapevolezza che il vero giudizio sarà quello che arriverà dalle adesioni alla procedura.

Le sinergie da 700 milioni e l’architettura del nuovo gruppo

Il cuore pulsante dell’offerta, al di là della dialettica sul prezzo, resta però la creazione di un polo unico delle infrastrutture digitali e dei servizi, un progetto che Poste ha quantificato in 700 milioni di euro di sinergie annue a regime, di cui 500 milioni derivanti dall’efficientamento dei costi e 200 milioni da maggiori ricavi commerciali. Numeri, questi, che Del Fante e il cfo Camillo Greco hanno dettagliato nella presentazione agli analisti, spiegando come l’integrazione tra la rete di uffici postali (quasi 13mila punti vendita) e la capillarità commerciale di Tim (oltre quattromila negozi) possa creare un abilitatore della trasformazione digitale senza precedenti in Italia.

L’architettura del nuovo gruppo, come delineata dai vertici di Poste, prevede che Tim resti una società stand alone: manterrà il proprio marchio iconico, la propria organizzazione e, soprattutto, il controllo di Tim Brasil, definito dallo stesso Del Fante «un gioiello» inserito in un mercato consolidato. Dal punto di vista azionario, dopo il completamento dell’opas, Cassa Depositi e Prestiti salirebbe al 27,2% mentre il ministero dell’Economia si attesterebbe al 22,8%, portando di fatto la quota pubblica complessiva poco sopra la metà del capitale, con il flottante che manterrebbe una fetta importante del gruppo (49,99%).

La dinamica dei prezzi e la questione del rating

Sul fronte strettamente finanziario, il nodo da sciogliere rimane quello della sostenibilità dell’operazione senza intaccare i parametri di merito creditizio. Del Fante ha ripetuto più volte che l’offerta è «esclusivamente industriale» e che non c’è stata alcuna spinta da parte del governo, specificando che il progetto era in cantiere da cinque anni ma era stato accantonato in passato a causa del debito troppo elevato di Tim. Solo dopo l’operazione di deleveraging realizzata da Labriola, ha spiegato il ceo, si sono create le condizioni per procedere.

Le reazioni della Borsa, nel frattempo, hanno raccontato una storia di attesa: lunedì 23 marzo Poste ha perso quasi il 7% per chiudere a 20,17 euro, scontando la potenziale diluizione legata all’aumento di capitale necessario per finanziare l’operazione, mentre Tim ha guadagnato il 4,7%, spinta dalla prospettiva di un premio ormai consolidato. Banca Akros, nel suo ultimo report, ha promosso l’operazione alzando il giudizio su entrambi i titoli ad “Accumulate”, con target price rispettivamente a 23,80 euro per Poste e 0,69 euro per Tim, segnalando come il mercato stia progressivamente metabolizzando le proporzioni di quella che si candida a essere la più grande operazione di finanza straordinaria dell’anno.

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