Meloni nel Golfo: la sfida della “tregua” di Trump e l’imperativo della diversificazione energetica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, guarda con realismo alla “tregua” ventilata da Donald Trump, quella che dovrebbe scongiurare il baratro di un conflitto generalizzato in Medio Oriente, e ne misura la fragilità intrinseca. Nel governo, del resto, il pensiero che riecheggia con maggior forza è la necessità di non abbassare la guardia: “Non possiamo aspettare la prossima crisi”. Un’ammissione implicita che i piani tecnici studiati al ministero dell’Ambiente – rimodulabili, certo, ma non accantonabili – devono fare i conti con una realtà geopolitica in cui l’unica parola d’ordine, quella che torna ossessiva nei dossier di Palazzo Chigi, è “diversificare”. Lo aveva del resto ribadito nelle scorse settimane il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sottolineando in Parlamento come l’obiettivo primario resti garantire stabilità alle forniture di Gnl, in un’ottica di sostenibilità e accessibilità economica. E la scelta di Meloni di volare nel Golfo – prima leader europea a farlo in questa nuova fase del conflitto – non è stata una mossa solo tattica, ma il segnale di una linea strategica precisa: presidiare le fonti, di persona.

I nodi dello Stretto di Hormuz e la minaccia fantasma

La posta in gioco si gioca, simbolicamente e fisicamente, nello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso il quale, fino a ieri, fluiva almeno il 20% del petrolio mondiale. Oggi, fra minacce iraniane di ritorsioni (“vortice mortale”, avvertono i Pasdaran) e annunci di possibili blocchi navali da parte americana, il dubbio su chi controlli davvero le rotte è diventato un’arma di distruzione economica. Basta l’incertezza, spiegano gli analisti, a far lievitare i premi assicurativi e a dirottare le petroliere, con un effetto pratico equivalente a quello di una chiusura totale. Il timore per Roma è palpabile, perché da quella direttrice marittima arriva una fetta decisiva del nostro fabbisogno, e non si tratta solo di petrolio: il solo Qatar, meta della missione di Meloni, copre da solo circa il 10% del consumo nazionale di gas, mentre l’intera area del Golfo garantisce all’Italia circa il 15% del petrolio greggio che alimenta la penisola. Non è quindi un caso che l’Australia, in queste stesse ore, abbia scelto di smarcarsi dalla coalizione, escludendo un coinvolgimento militare diretto nel blocco navale annunciato da Washington e dimostrando quanto il fronte degli alleati sia, di fatto, poroso.

L’Italia alla prova delle rotte alternative

La strategia messa in campo dal governo, però, non si basa solo sulla diplomazia. Il vertice esecutivo ha dovuto prendere atto che la rinuncia al gas russo – una scelta di campo ormai strutturale da più di tre anni – ha reso l’Italia più vulnerabile agli scossoni del mercato globale, ma anche più agile nel cercare nuovi partner. E mentre il ministro Pichetto Fratin confermava in Aula la volontà di spingere sull’incremento della produzione nazionale, magari nell’offshore adriatico, il ceo di Snam, Agostino Scornajenchi, ha dovuto tracciare un piano di emergenza: con i rigassificatori di Piombino e Ravenna a pieno regime, l’Italia può contare su dieci punti di ingresso del gas (cinque marini e cinque terrestri), ma i costi restano proibitivi. Il problema immediato, spiega Scornajenchi, è che con i prezzi attuali alle stelle, acquistare il Gnl per riempire gli stoccaggi – azione necessaria per affrontare il prossimo inverno – rischia di essere un’operazione a forte impatto sulle bollette.

Dalla crisi climatica alla scommessa sul Gnl americano

Se Meloni bussa alle porte di Abu Dhabi e Doha, è anche per controbilanciare un’altra dipendenza, quella emergente dal gas liquefatto statunitense. I dati diffusi nei mesi scorsi da istituti di ricerca europei (come il Clingendael Institute) hanno acceso un faro su un paradosso: nel tentativo di liberarsi dal giogo russo, l’Italia ha finito per assorbire una mole crescente di Gnl proveniente dagli Usa – si parla di una fetta che in alcuni periodi ha superato il 44% delle importazioni totali – legando di fatto i prezzi interni alle dinamiche politiche di Washington. E nonostante la tregua di Trump e le promesse di riapertura delle rotte, il ministro Pichetto Fratin è stato cauto in Parlamento, ammettendo che al momento non è dato sapere se l’amministrazione chiederà ufficialmente all’Europa di aumentare ulteriormente le forniture energetiche in cambio di una distensione sui dazi. Una cautela, quella del ministro, che rivela tutta la complessità di una partita in cui la “sicurezza energetica” si gioca sull’equilibrio fra corsie preferenziali e rischio di nuove subalternità.

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