Gas, il ministro Pichetto: “Faccio il ministro non il mago, con questi prezzi le stime sono impossibili”
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Redazione Economia
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Il ritorno della volatilità sui mercati energetici, un fenomeno che sembrava ormai archiviato dopo la fase acuta della crisi delle forniture, ha ricominciato a dettare l’agenda del governo, costringendo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a un esercizio di realismo forzato. A margine della celebrazione dei settant’anni del Cesi, il titolare del dicastero ha voluto chiarire i limiti oggettivi dell’azione esecutiva di fronte a oscillazioni così violente delle quotazioni, quelle stesse che hanno visto il gas passare in poche settimane da una soglia di relativa tranquillità – quella dei 28-30 euro al megawattora – fino al balzo improvviso che lo ha riportato oltre i 72 euro. “Faccio il ministro, non il mago”, ha dichiarato Pichetto, lasciando intendere come qualsiasi previsione, in un contesto così fluido e influenzato da dinamiche geopolitiche esterne, finisca per scontrarsi con una realtà difficile da interpretare. La sua analisi si è spinta fino a definire “devastante” l’impatto per l’industria, con un’attenzione particolare rivolta ai settori definiti “gasivori”, come la ceramica e l’elettronica, che in queste fasi di picco dei prezzi subiscono una pressione insostenibile sui costi di produzione, una sofferenza che l’esecutivo monitora con crescente apprensione.
La strategia del governo tra stoccaggi e riattivazione del carbone
La strategia messa in campo dal governo per affrontare questa nuova fase di turbolenza si muove su due binari paralleli, entrambi caratterizzati da una certa gradualità operativa. Da un lato, c’è la gestione dei tempi tecnici legati agli stoccaggi: Pichetto ha espresso fiducia nel fatto che da metà aprile si potrà finalmente procedere con la fase di riempimento dei depositi, una procedura che non dipende solo dalla volontà politica ma dalla capacità effettiva delle pompe e dalla portata degli impianti, elementi che rendono l’avvio dell’operazione “una questione di tempi” più che di scelte immediate. Dall’altro lato, il ministro ha messo in chiaro che, in caso di emergenza, il governo è pronto a fare ricorso a una fonte tradizionalmente considerata di ultima istanza: il carbone. Le centrali di Civitavecchia e Brindisi, in particolare, sono state indicate come impianti che potrebbero tornare operative in tempi brevissimi, subordinatamente all’emanazione di un semplice decreto che ne autorizzi la riattivazione. Pichetto ha parlato di questi impianti come di una riserva “a freddo”, una risorsa tenuta in naftalina nell’interesse nazionale ma che, nelle sue parole, mai vorrebbe realmente dover riaccendere, consapevole delle ricadute ambientali ma anche della necessità di garantire la continuità del sistema energetico nazionale in uno scenario di crisi prolungata.
La geopolitica dei flussi e il nodo della formazione dei prezzi
A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere vano qualsiasi tentativo di previsione a breve termine, è il meccanismo di determinazione del prezzo dell’energia, profondamente influenzato dalle tensioni in Medio Oriente. Il ministro ha spiegato come la chiusura virtuale dello stretto di Hormuz, un’arteria cruciale per il transito del gas liquefatto, abbia innescato un effetto domino sui mercati: Paesi europei fortemente dipendenti dalle forniture qatarine, diversamente dall’Italia che ha costruito un portafoglio di fornitori diversificato (tra cui Norvegia, Algeria e Azerbaijan), si trovano costretti a cercare alternative, facendo lievitare la domanda e, di conseguenza, le quotazioni sulla borsa di Amsterdam (TTF), che funge da riferimento per l’intero continente. Pichetto ha voluto distinguere nettamente tra la sicurezza fisica degli approvvigionamenti – per la quale l’Italia, grazie ai suoi stoccaggi, i più alti d’Europa, si sente “abbastanza al sicuro” – e la dinamica dei prezzi, che risponde invece a logiche speculative e di mercato difficilmente controllabili. Ha citato, a Titolo esemplificativo, il paradosso per cui un carico di gas naturale liquefatto proveniente dalla Florida, il cui costo puro di materia prima e trasporto sarebbe relativamente contenuto, viene venduto al prezzo elevato stabilito dal TTF non appena attracca in un porto europeo, a dimostrazione di quanto la leva della speculazione pesi più dei reali costi di produzione.
Il fronte delle imprese e la nuova geografia delle forniture
In questo contesto di rincari improvvisi, la tenuta del tessuto produttivo nazionale è diventata la principale preoccupazione per il governo, che si trova a dover gestire le conseguenze economiche di un conflitto sul quale ha scarsa capacità di intervento diretto. Le imprese italiane, ha ribadito il ministro, stanno soffrendo e il rischio concreto è che la pressione dei costi energetici finisca per minare la competitività di interi comparti. Per resistere a questi rincari, l’esecutivo punta sulla diversificazione geografica delle fonti di approvvigionamento, individuando negli Stati Uniti e in Mozambico dei fornitori di importanza strategica per il futuro, capaci di bilanciare i flussi tradizionali che arrivano dal Nord Africa e dal Caucaso. Il ragionamento di fondo è che solo una rete di approvvigionamento ampia e flessibile possa offrire un argine alla volatilità dei mercati, permettendo all’Italia di non rimanere intrappolata in dinamiche di offerta troppo rigide. Lo stesso ministro, del resto, ha osservato che non si può mai essere completamente pronti per un conflitto, ma che l’unica via percorribile è quella di prepararsi a gestirne le conseguenze, cercando di limitare i danni sul sistema economico e sulle famiglie attraverso una pianificazione energetica che guardi a mercati lontani e spesso instabili.




