Rischio carbone, la soglia dei 70 euro e i silos della salute
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Redazione Interno
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La guerra in Iran e la conseguente impennata dei prezzi delle materie prime hanno riaperto un dibattito che si riteneva chiuso, quello sul ritorno al carbone in Italia. Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha recentemente fissato una soglia psicologica ed economica precisa – ovvero i 70 euro al megawattora per il gas – oltre la quale il governo potrebbe riattivare gli impianti a carbone attualmente in stand-by. Questa evenienza, che il ministro stesso definisce come uno scenario di pura emergenza da non confondere con una strategia strutturale, si scontra però immediatamente con il parere della classe medica, in particolare con quello della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima). I medici ambientalisti, interpellati sulla questione, lanciano un allarme netto: i rischi sanitari legati alla combustione del carbone – basti pensare al particolato sottile e agli arsenicali – sono gravi e incomparabili con quelli delle altre fonti fossili.
Il piano B del governo e il costo del mantenimento
Il quadro normativo che permette questo arretramento è stato recentemente consolidato con la conversione in legge del decreto Bollette, un provvedimento che ha effettivamente riscritto i tempi della transizione energetica. L’addio programmato al carbone, che secondo il Pniec era fissato per il 2025 per gli impianti della penisola, è stato posticipato di tredici anni, slittando al 2038. Una scelta, questa, che consente di tenere in vita – o meglio, in “riserva fredda” – le centrali di Brindisi e Civitavecchia, oltre a quelle ancora operative in Sardegna. Pichetto Fratin ha più volte ribadito di “sperare di non doverle accendere”, ma la loro permanenza in attesa ha un costo sociale ed economico non indifferente: si parla di circa 100 milioni di euro l’anno per evitare la dismissione degli impianti, costi che inevitabilmente ricadono sul sistema tariffario o sulle spese di gestione industriale.
Le conseguenze respiratorie di una scelta fossile
Ed è proprio qui che si inserisce la controindicazione maggiore, quella relativa alla salute pubblica. La Sima ricorda come il carbone sia la fonte energetica più inquinante tra quelle attualmente disponibili sul mercato; la sua combustione rilascia nell’atmosfera biossido di zolfo, ossidi di azoto e, soprattutto, un’alta concentrazione di polveri sottili (Pm2.5 e Pm10). I medici sostengono che un’eventuale riaccensione, anche solo in via contingente per far fronte a un picco del gas, avrebbe ripercussioni immediate sui tassi di ospedalizzazione per patologie respiratorie e cardiovascolari nelle aree interessate. Non si tratta di un rischio astratto, ma di un aggravio concreto di mortalità evitabile che si sommerebbe al già pesante fardello dello smog nelle regioni come la Puglia o il Lazio, dove sorgono questi impianti.
Lo scenario globale e la leva del gas
Il ragionamento del ministro, presentato a margine dell’evento "Il Santo Graal dell'Energia" organizzato dal Giornale, è di natura prettamente geopolitica ed economica. La chiusura dello stretto di Hormuz e le tensioni in Medio Oriente hanno reso volatile il mercato del gas, spingendo l’esecutivo a cercare un’alternativa per evitare il razionamento. “Se il gas supera i 70 euro al megawattora, potrebbe rendersi necessario riattivarle”, ha dichiarato Pichetto, sottolineando che si tratta di una cifra “alta” considerando che attualmente il prezzo si aggira attorno ai 40 euro. Tuttavia, l’utilizzo del carbone – oltre a peggiorare la qualità dell’aria – è un passo indietro rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione che l’Italia ha già faticosamente concordato con la Commissione Europea, rischiando di minare la credibilità del sistema paese sul fronte climatico.




