La guerra in Iran e il prezzo del gas: l’Italia si prepara a riaccendere il carbone

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il blocco dello Stretto di Hormuz, decretato di fatto dalle operazioni militari iniziate il 28 febbraio, non è solo una manovra bellica, ma il grilletto che ha innescato quella che il Fondo monetario internazionale e l’Agenzia internazionale dell’energia descrivono come la peggiore crisi energetica della storia recente. Le interdizioni al traffico mercantile, combinate con i bombardamenti mirati alle infrastrutture di estrazione nel Golfo Persico, hanno letteralmente intrappolato il petrolio e il gas naturale nella loro stessa regione di origine, provocando una tensione sui mercati globali che si riflette istantaneamente sulle economie importatrici come quella italiana.

Un aumento del 24% secondo la Banca mondiale, con il barile volato a 118 dollari

La fotografia scattata dalla Banca Mondiale è impietosa e calibrata al millimetro: nelle sue proiezioni sull’outlook delle materie prime, l’istituto prevede un’impennata dei prezzi dell’energia del 24% nel corso del 2026, un livello che non si toccava dai tempi della crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina. I dati in tempo reale raccontano però una fase acuta ancora più violenta. A marzo, con lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale passa circa un quinto del greggio mondiale e fino a un terzo del GNL – completamente paralizzato, il Brent è schizzato da 72 a 118 dollari al barile. Se è vero che la tregua di aprile ha raffreddato i picchi isterici, i prezzi restano stabilmente più alti del 50% rispetto a inizio anno, e la previsione per il 2026 si assesta su una media di 86 dollari.

Camion nel deserto e fertilizzanti: così le armi fermano la globalizzazione

C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi macro-indicatore lo stato di salute dell’economia mondiale, ed è quella di un convoglio di camion che attraversa il deserto per bypassare l’acqua. Come riportato dal Financial Times, l’amministratore delegato di Fertiglobe – colosso mondiale dei fertilizzanti azotati – ha ammesso di aver dovuto ricorrere a un’inversione logistica grottesca: scaricare i prodotti nei porti bloccati e trasferirli su ruote verso scali secondari per poterli poi reimbarcare. Questo non è un semplice dettaglio tecnico, ma la prova provata che la geografia è tornata a essere un’arma letale. Per l’Italia, che importa gran parte delle materie prime, il rischio che questa strozzatura possa pesare sui costi dell’agroindustria è concreto: il prezzo dell’urea è quasi raddoppiato, passando da 465 a oltre 900 dollari a tonnellata in poche settimane.

Italia, il ritorno al carbone è già nell’agenda del governo

A percepire la scossa tellurica è stata anche la politica industriale nostrana. Di fronte a uno scenario dove il gas viaggia su valori insostenibili, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha riaperto quella che molti credevamo una porta chiusa per sempre: il carbone. L’annuncio, ripreso dall’ANSA, fissa una soglia psicologica chiara: se il prezzo del gas supererà i 70 euro al megawattora, lo Stato darà il via libera alla riaccensione degli impianti. Attualmente la soglia è lontana, dato che il metano viaggia intorno ai 40 euro, ma la guerra degli Usa e di Israele in Iran ha già costretto il governo a posticipare di tredici anni – fino al 2038 – la data di uscita definitiva dal carbone. Le centrali di Civitavecchia e Brindisi, seppur attualmente ferme, sono pronte a tornare in vita in un’emergenza che Confindustria definisce già inesorabile.

L’incognita inflazione e i conti che non tornano per famiglie e imprese

Se l’aumento del costo dell’energia è la prima ondata, quella destinata a travolgere la quotidianità degli italiani è la seconda, quella alimentare, seguita dall’inflazione. Secondo le analisi dell’istituto di ricerca di Confindustria, l’effetto combinato della guerra rischia di far们 aumentare i costi energetici per le imprese nazionali di una forbice compresa tra i 7 e i 21 miliardi rispetto al 2025. Non si tratta solo di bollette più care, ma di un effetto moltiplicatore che investe i prezzi al consumo, il potere d’acquisto delle famiglie e la fiducia, che già mostra segnali di cedimento. Sebbene l’Italia abbia diversificato i fornitori di gas puntando su Algeria, Norvegia e Azerbaigian, con un riempimento degli stoccaggi al 47% sopra la media Ue, il legame con il mercato globale del GNL la rende vulnerabile alle aste globali. Quando le petro-dollaro fermano i flussi del Golfo, nessun gasdotto può davvero metterci al sicuro.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.