Italia e la notte che può riaccendere il sogno mondiale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Bisogna forse risalire a quelle “notti magiche” cantate da Gianna Nannini per ricordare cosa significhi, per il calcio italiano, ritrovarsi a un bivio così netto. Oggi, l’Italia si gioca contro l’Irlanda del Nord la via per le Americhe, e scatta quel meraviglioso incastro tra memoria collettiva e ricordi privati: un nido di emozioni, dove custodiamo gelosamente il ricordo di dove eravamo l’ultima volta che abbiamo vinto un Mondiale o, semplicemente, quando abbiamo segnato in un playoff. Lo ha detto Gigi Buffon, in una recente intervista, richiamando la forza indelebile di quelle immagini: tutti noi, in molti casi, conserviamo nella memoria la mappa esatta delle nostre vite incrociata con una partita di Coppa del Mondo. È quella “maglia dei mondiali scolorita”, simbolo di estati ormai lontane, che Jovanotti canta nell’Estate addosso: un bisogno quasi fisico di ritrovare quella notte azzurra, che a Bergamo – dove Gattuso ha voluto questo spareggio per la passione del tifo locale – si fa appello a un patrimonio condiviso.
L’incastro di memoria e presente che Gattuso ha voluto a Bergamo
Il commissario tecnico, che ha definito questa sfida la più importante della sua carriera in panchina, ha scelto consapevolmente il “catino” della New Balance Arena per un motivo preciso: sfuggire alla pressione talvolta paralizzante di San Siro, cercando invece quell’abbraccio caldo e coinvolgente che solo una piazza come Bergamo sa regalare. La risposta, del resto, è stata immediata: i ventitremila biglietti sono stati letteralmente bruciati in un’ora, un sold out da concerto rock, tanto che la Federazione ha persino deciso di posizionare una sciarpa azzurra su ogni seggiolino – un’iniziativa mai tentata prima – per trasformare lo stadio in una sorta di Bombonera, un recinto caldo dove la squadra possa sentirsi spinta piuttosto che giudicata. Gattuso, presentandola ai cronisti, ha ricordato che alla sua prima uscita qui, nonostante il risultato fermo sullo zero a zero, i tifosi applaudirono la squadra: un segnale di fiducia che, nell’economia fragile di una Nazionale che ha fallito due edizioni consecutive della Coppa del Mondo, assume un valore quasi terapeutico.
La terza esclusione di fila e il peso specifico dell’avversario
Fallire stasera, in una gara unica dove sono previsti eventuali tempi supplementari e rigori, significherebbe mettere una pietra tombale su un decennio di fallimenti sportivi, segnando il punto di non ritorno per il movimento italiano. La posta in palio è aggravata dalla statura oggettiva dell’avversario: l’Irlanda del Nord schiera una rosa composta in larga parte da calciatori che militano in seconda e terza serie, con appena due elementi che calcano i campi della Premier League. Lo stesso allenatore nordirlandese, Michael O’Neill, ha ammesso alla vigilia che la pressione è tutta sulla sponda azzurra, sottolineando come la sua squadra, giovane e senza timori reverenziali, abbia “tutto da guadagnare” in una serata in cui l’Italia deve gestire il peso del proprio blasone e della propria storia. La tentazione, per Gattuso, è quella di affidarsi ai titolari per scacciare i fantasmi di Palermo e Solna, con un centrocampo solido e un attacco chiamato a risolvere la contesa senza aspettare l’assedio che potrebbe trasformarsi in angoscia.
Quando il calcio diventa rappresentazione sacra e industria
A voler essere cinici – o forse soltanto miopi – si potrebbe sostenere che, nonostante l’assenza degli azzurri dalle ultime vetrine mondiali, il calcio italiano continui a pesare per circa 12,4 miliardi sul Pil nazionale, interessando oltre 28 milioni di persone e vantando un esercito di un milione e mezzo di tesserati. In fondo, la citazione pasoliniana del pallone come “ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” sembra invecchiare benissimo, descrivendo un fenomeno sociale ed economico che pare resistere persino alle sconfitte più umilianti. Eppure, quella citazione, oggi più che mai, rivela il suo paradosso: il rito collettivo, la messa laica della domenica che richiama folle, rischia di essere svuotato di significato se manca il momento catartico finale, il pass per l’appuntamento con il resto del mondo. Perché se è vero che l’industria tiene, è altrettanto vero che mancare per la terza volta consecutiva un Mondiale – con un avversario così sulla carta alla portata – trasformerebbe il sacro in una reliquia polverosa, lontana dalla vita pulsante del gioco.
L’assillo di un bisogno che va oltre il risultato
Serve, allora, una notte che riaccenda l’orgoglio, una di quelle in cui la squadra non si spaventi di fronte al compito. Gigi Buffon, nel suo intervento in redazione, parlava di ricordi indelebili: “Tutti noi ci ricordiamo cosa facevamo e dove eravamo durante una partita di Coppa del Mondo”. È proprio questo il punto: il rischio concreto, stasera, è che a una generazione intera venga negata la possibilità di formarsi un nuovo ricordo felice, un’immagine nitida da aggiungere al proprio album personale. L’appello che arriva dalla vigilia è un invito alla condivisione più che un richiamo alla pressione: la Nazionale, oggi, custodisce un bene collettivo che va oltre la classifica o il ranking. Fallire a Bergamo significherebbe spezzare quel filo sottile che lega il passato glorioso al futuro, lasciando l’Italia a guardare da spettatrice – ancora una volta – una Coppa del Mondo che si giocherà tra Canada, Stati Uniti e Messico, sotto la presidenza di Donald Trump, senza la colonna sonora delle proprie estati.




