Decreto bollette, il governo allunga la vita al carbone e taglia i bonus

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il governo, nel tentativo di arginare il caro bollette che sta mettendo in ginocchio famiglie e imprese, ha varato un provvedimento che sposta l’asticella dell’emergenza energetica su un piano quantomeno contraddittorio: da un lato si stanziano cinque miliardi di euro – annuncia Palazzo Chigi – per tamponare gli aumenti, dall’altro si decide di tenere in vita per tredici anni in più le centrali a carbone, il combustibile fossile più inquinante. Il decreto, approvato alla Camera il 31 marzo con 157 voti favorevoli e 93 contrari, è ora al vaglio del Senato, dove dovrà essere convertito entro il 21 aprile; una corsa contro il tempo che si intreccia con una congiuntura internazionale esplosiva, visto che la guerra in Iran – aggravata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Teheran – ha fatto schizzare il costo del gas oltre il 50% rispetto a febbraio, secondo quanto rilevato dal Codacons.

Un’emergenza che profuma di fossile, tra centrali in standby e costi nascosti

L’esecutivo, nelle more di una possibile ulteriore impennata del prezzo del gas, potrebbe riaprire gli impianti di Brindisi e Civitavecchia; peccato che il cosiddetto phase-out del carbone sia ormai quasi completato, e che mantenerle in semplice attesa – cioè in standby – costi già oggi circa 80 milioni di euro l’anno. Una cifra, quest’ultima, che pesa sulle casse pubbliche senza alcuna garanzia di un effetto calmierato sulla bolletta, come molti tecnici del settore hanno fatto notare nei giorni scorsi. Il ministro agli Affari europei, Tommaso Foti, ha giustificato la scelta con una frase che suona quasi come un manifesto politico: «Dobbiamo avere ben chiaro che tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, debbono essere utilizzate e utilizzate al meglio». Parole che, in sostanza, sanciscono il rinvio dell’addio al carbone fino al 2038.

Tredici anni di proroga, il piano clima va in soffitta

La data dello stop alle centrali a carbone, prevista entro dicembre 2025 dal Piano Nazionale Energia e Clima, viene così rimandata di oltre tredici anni; un arretramento pesantissimo, se si considera che proprio in quei giorni si è celebrata l’Ora della Terra (Earth Hour), la mobilitazione globale promossa dal Wwf Internazionale. Un gesto semplice come spegnere le luci per un’ora – lo fanno dal 2007 luoghi simbolo come l’Opera House di Sydney, la Torre Eiffel, la Sagrada Familia e il Colosseo – serve a ricordare che la crisi climatica non ha mai fatto così paura. Eppure, di fronte all’aumento del gas e alle tensioni geopolitiche, il governo Meloni sceglie la strada del fossile più sporco, senza che nessuno, al momento, abbia dimostrato che questa mossa potrà davvero ridurre il prezzo dell’energia.

Bonus tagliati e bollette salate: il paradosso del caro-energia

A completare il quadro, la riduzione dei bonus per le utenze domestiche: il provvedimento, nel rifinanziare le misure contro il caro bollette, ne ha comunque dimezzati alcuni, lasciando molte famiglie esposte alla volatilità dei mercati. L’emergenza energetica, aggravata dal conflitto in Iran, resta reale – nessuno lo nega – ma la risposta del governo appare frammentata: da una parte i miliardi per tamponare, dall’altra un’apertura al carbone che gli stessi esperti definiscono poco incisiva sui prezzi finali. Resta da vedere, insomma, se il Senato approverà il decreto così com’è o se chiederà modifiche; intanto, le lancette dell’orologio climatico continuano a girare, e le luci del Colosseo, spente per un’ora, si sono riaccese su un’Italia ancora legata al carbone.

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