Il carbone torna a bruciare fino al 2038, l’emendamento affossala transizione green a Ravenna
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Redazione Interno
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La folle ostilità di questo governo verso le energie rinnovabili, a detta del deputato del M5S Igor Gallonetto, danneggia in modo irreparabile territori come Ravenna. E non si tratta, in questo caso, di una generica polemica politica: a certificare la svolta fossile è la scelta della Commissione Attività produttive della Camera, che ha approvato un emendamento – primo firmatario il capogruppo della Lega Riccardo Molinari, poi riformulato dall’esecutivo stesso – al cosiddetto decreto Energia. Il provvedimento, di fatto, sposta al 2038 la chiusura delle quattro centrali a carbone italiane: Brindisi, Civitavecchia, Fiumesanto e Portovesme. Un rinvio pesante, se si considera che la scadenza iniziale – quella fissata dal Pniec, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – era il 31 dicembre 2025.
Un’emorragia di emissioni e un’anomalia produttiva
Eppure, quelle stesse centrali oggi versano in uno stato di semiabbandono, messe in stand by e capaci di produrre meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale. Una goccia nel bilancio energetico del Paese, ma un fiume di emissioni: sono tra le maggiori responsabili di quelle polveri sottili e di quell’anidride carbonica che hanno cambiato il clima, alimentando episodi meteo sempre più dirompenti. Basti pensare a quelli che, negli ultimi tre anni, hanno flagellato la Romagna, con alluvioni e frane che hanno messo in ginocchio intere comunità. La decisione di tenerle accese per altri tredici anni – quindi ben oltre il 2025 – rappresenta una scelta che molti ambientalisti e addetti ai lavori definiscono paradossale, anche se non siamo qui a riportare giudizi.
L’emendamento e la proroga tecnica: non ancora un atto formale
Precisiamo un punto: non si tratta ancora di un atto formale e ufficiale, perché l’iter del Dl Energia (o decreto Bollette, come viene chiamato, Dl 21/2026) deve ancora completare il suo cammino parlamentare. Tuttavia, l’approvazione in commissione rende più che concreta la possibilità tecnica di rivedere il Pniec proprio nella parte in cui si prevedeva l’uscita dal carbone. E non è tutto: l’emendamento slitta anche la chiusura della centrale Enel di Cerano, un altro impianto a carbone che avrebbe dovuto spegnere i propri forni molto prima. Chi difende la proroga parla di necessità di garantire la sicurezza energetica, in un contesto internazionale dove Trump – tornato alla Casa Bianca – ha già annunciato una nuova stagione di deregulation sui combustibili fossili.
Le parole di Terna e il decreto bollette
Sul fronte delle misure collaterali, l’amministratrice delegata di Terna, Giuseppina Di Foggia, ha commentato che il decreto bollette “dovrebbe produrre diversi effetti positivi: in primo luogo accelererà i processi di connessione, semplificherà le procedure amministrative e consentirà anche una pianificazione e un’attuazione più efficienti. Questo consentirà anche un’allocazione più efficiente del capitale”. La stessa Di Foggia ha aggiunto che, oltre alle misure a sostegno di famiglie e imprese, il decreto introduce disposizioni per facilitare l’integrazione degli impianti di energia rinnovabile. Un’affermazione che stride, almeno sulla carta, con il rinvio al 2038 per le centrali a carbone. Intanto, il testo prevede anche lo stop al telemarketing per le chiamate non richieste, un intervento che poco ha a che vedere con la svolta green tradita. Resta il fatto che Ravenna, con i suoi impianti e la sua storia energetica, si trova ancora una volta a fare i conti con una scelta di palazzo che profuma di vecchio, molto vecchio.




