Pichetto fissa la soglia dei 70 euro: «Se il gas sale, si riattiva il carbone»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha tracciato un limite netto, seppur condizionato da variabili di mercato, per l’eventuale ritorno al carbone in Italia. A margine dell’incontro milanese intitolato “Il Santo Graal dell’Energia”, il titolare del dicastero ha spiegato che la cifra critica da monitorare è quella dei 70 euro al megawattora: una volta superato questo scoglio, la riattivazione degli impianti a carbone – che l’esecutivo conta di dismettere entro fine 2025 – diventerebbe una necessità pratica e non più una semplice ipotesi di emergenza.

Il meccanismo della soglia e i valori attuali

«È una cifra alta», ha ammesso lo stesso Pichetto Fratin, mettendo subito in prospettiva il dato rispetto al contesto presente. Oggi, ha ricordato il ministro, il prezzo del gas viaggia attorno ai 40 euro al megawattora; un valore, questo, che si discosta nettamente dalle stime iniziali – quelle cioè comprese tra i 28 e i 30 euro – sulle quali si erano costruite le previsioni di bilancio e le strategie di approvvigionamento. Il punto di caduta, ha ribadito, resta proprio quella soglia dei 70 euro. Un eventuale scavalcamento di quel tetto innescherebbe, di fatto, la valutazione tecnica per riaccendere le centrali a carbone, una fonte che il governo aveva pianificato di abbandonare in via definitiva.

La strategia sulla chiusura degli impianti e l’eccezione dell’emergenza

L’intenzione, ha tenuto a precisare il ministro, rimane quella della chiusura programmata al 31 dicembre 2025. Tuttavia, un dettaglio non secondario – che Pichetto Fratin ha voluto chiarire per evitare equivoci – riguarda lo smantellamento: «Quello che non ho fatto è ordinare lo smantellamento». Una scelta, quest’ultima, che mantiene aperto uno spiraglio operativo. Perché, come ha argomentato il titolare del dicastero, in una situazione di emergenza dove il gas superi i 70 euro al megawattora, potrebbe rendersi indispensabile riavviare l’apparato a carbone. Non si tratta, nelle sue parole, di un ripensamento ideologico, ma di un salvagente tecnico per la sicurezza del sistema elettrico nazionale.

Le reazioni indirette e il dibattito sulle alternative energetiche

A chi gli chiedeva conto della distanza tra le promesse di transizione e i fatti concreti, fa da contrappunto implicito una vecchia dichiarazione di chi quella transizione l’ha guidata in passato. Sergio Costa, oggi vicepresidente della Camera ma un tempo ministro dell’Ambiente, aveva liquidato l’approccio del governo come una risposta inadeguata: «A uno shock energetico che le imprese stanno pagando oggi – aveva detto – il governo risponde con una promessa lunga un quarto di secolo». Parole che riecheggiano mentre Pichetto Fratin, negli stessi giorni, illustra le condizioni precise per cui il carbone tornerebbe in gioco. Un paradosso solo apparente, se si considera che la sfida rimane quella di bilanciare i costi di approvvigionamento – con il gas che oscilla tra i 40 euro attuali e i potenziali 70 – con la necessità di non lasciare il paese al buio.

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