Il referendum e la giustizia contesa tra piazze e istituzioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna referendaria sulla riforma della giustizia, che vedrà gli italiani chiamati alle urne il 22 e 23 marzo, si arricchisce di nuove e significative adesioni, delineando uno scontro che travalica i confini tradizionali della politica per investire il cuore stesso delle istituzioni e della società civile. In un clima già acceso, che ha visto persino l’increscioso episodio a Roma di alcuni manifestanti dare alle fiamme dei cartelloni raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Carlo Nordio durante un corteo del “No” -3, le voci dei protagonisti si levano a sostegno dell’una o dell’altra opzione, con argomentazioni che affondano le radici in concezioni opposte del ruolo della magistratura. Se da un lato il governo e i partiti di maggioranza, con la premier Meloni in prima linea all’evento milanese di Fratelli d’Italia, insistono sulla necessità di separare le carriere per restituire autorevolezza e terzietà al giudice -1-4, dall’altro lato il fronte del “No” cerca di ampliare il proprio raggio d’azione ben oltre i partiti di opposizione.

È in questo scenario che si inseriscono alcune figure di spicco, le cui dichiarazioni aggiungono ulteriori elementi a una contesa già complessa. L’intervento di Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali e del Comitato Camere penali per il Sì, durante la manifestazione romana di piazza Santi Apostoli, ha ribadito con forza il convinto sostegno dell’avvocatura alla riforma. Secondo Petrelli, infatti, il voto favorevole rappresenta un’occasione irripetibile per i cittadini, i quali sono chiamati a esprimersi per una giustizia che sia effettivamente più trasparente e per un giudice che possa essere finalmente terzo, così come prescritto dall’articolo 111 della Costituzione. La sua riflessione, come già anticipato in passato, parte dal presupposto che la separazione delle funzioni non sia una mera disputa rativa, bensì la condizione imprescindibile per garantire l’equilibrio del processo e i diritti di tutti, sottraendo la magistratura a quelle logiche di “tifo da stadio” che, a suo avviso, ne hanno fin troppo condizionato l’operato.

L’avvocatura in piazza e l’appello dei parenti delle vittime per il No

Al fianco dei penalisti, in quella stessa piazza, è intervenuto anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, il quale ha offerto una chiave di lettura istituzionale della riforma, paragonando la toga del magistrato a un simbolo di imparzialità che la separazione delle carriere contribuirebbe a rafforzare. Mantovano ha respinto con decisione le accuse di chi vede nel referendum un attacco alla magistratura, anzi, ha rovesciato la prospettiva affermando che la riforma rappresenta una vera e propria liberazione per quei magistrati – la stragrande maggioranza, a suo dire – il cui lavoro quotidiano e silenzioso viene oggi mortificato dalle logiche correntizie che ne condizionano la progressione in carriera. Un argomento, questo, che mira a spostare l’asse del dibattito dal piano dello scontro politico a quello della qualità professionale e dell’indipendenza interna al giudiziario.

Di segno diametralmente opposto, ma altrettanto carico di significato umano e civile, è la posizione espressa da Lino Aldrovandi, il padre di Federico, il ragazzo di diciotto anni ucciso a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia. La sua scelta di schierarsi per il “No” al referendum si basa su un’esperienza diretta e dolorosa: la lunga battaglia giudiziaria che ha portato alla condanna degli agenti responsabili della morte di suo figlio. Aldrovandi teme che con la separazione delle carriere, e in particolare con la creazione di una distinta carriera per i pubblici ministeri, si venga a spezzare quel filo di indipendenza che ha permesso, nel suo caso, a un giudice e a un pm di portare alla luce la verità nonostante i tentativi di depistaggio. La sua paura, espressa con la semplicità di chi ha attraversato l’inferno, è che una riforma simile finisca per rendere più difficile per i comuni cittadini, per “la povera gente” come l’ha definita lui, ottenere giustizia quando a sbagliare sono pezzi dello Stato.

Un confronto che divide l’Italia tra ragion di Stato e garanzie individuali

Se la piazza del “Sì” si colora delle toghe degli avvocati e delle argomentazioni del governo, quella del “No” cerca di allargare il proprio perimetro includendo storie come quella di Aldrovandi, che trasformano il voto in una questione di coscienza civile e di difesa dei più deboli. La sua testimonianza, che si unisce a quella di altre associazioni e comitati, prova a dare un volto concreto a un principio astratto, quello dell’indivisibilità della giurisdizione. Aldrovandi non ha mai nascosto la sua estraneità alla politica, ma la sua scelta di votare “No anche per Federico” rappresenta un monito a non considerare questa riforma come un semplice aggiustamento tecnico, bensì come un potenziale cambiamento di paradigma nell’equilibrio dei poteri dello Stato. Il riferimento al giudice e al pm che seguirono il caso del figlio, figure che lui percepì come autenticamente “dalla parte del cittadino”, è la plastica dimostrazione di come, nella sua esperienza, la comunanza di origine e di carriera non abbia affatto impedito l’esercizio imparziale della giustizia, ma anzi, abbia costituito la premessa per un’inchiesta approfondita e senza sconti.

Il confronto, a pochi giorni dal voto, si fa quindi serrato e non privo di contraddizioni. Da un lato, l’esecutivo e i penalisti, con Petrelli e Mantovano, dipingono il “Sì” come un passo avanti verso una giustizia europea, moderna e libera da condizionamenti interni ed esterni. Dall’altro, voci come quella di Lino Aldrovandi e di una parte del fronte sindacale e associazionista, che pure si muovono su piani diversi, avvertono che il rischio sia quello di un arretramento in termini di diritti e di effettiva tutela per il cittadino, il quale potrebbe trovarsi di fronte a un pubblico ministero più vicino al governo che alla ricerca della verità. L’eco delle manifestazioni di piazza e le parole di chi, come il padre di Federico, trasforma il proprio dramma in un monito collettivo, contribuiscono a rendere questa consultazione referendaria ben più di un voto su un testo legislativo, trasformandola in un referendum sul modello di giustizia e di democrazia che il Paese intende darsi.

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