Il Tigray torna a tremare: venti di guerra e tensioni crescenti nel nord dell'Etiopia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A più di tre anni dagli accordi di Pretoria, quelli che nel novembre del 2022 avevano posto formalmente fine a un conflitto costato, secondo le stime dell'Unione Africana, circa seicentomila vittime, la regione settentrionale del Tigray sembra nuovamente sprofondare in una spirale di violenza e instabilità. I segnali di una possibile recrudescenza delle ostilità, in realtà, si moltiplicano ormai da settimane e assumono le forme di un deterioramento progressivo e preoccupante del tessuto politico e militare locale. L'alleanza che aveva permesso al governo federale del premier Abiy Ahmed, in combutta con le truppe eritree, di avere la meglio sulle forze del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tplf) si è infatti logorata, lasciando spazio a un riallineamento di alleanze tanto complesso quanto pericoloso. Secondo quanto riportato da analisi internazionali e fonti diplomatiche, Addis Abeba ha concentrato truppe e armamenti pesanti ai confini della regione, mentre video che ritraggono convogli militari diretti verso nord – i quali mostrano unità di artiglieria e camion requisiti – hanno alimentato la psicosi collettiva tra una popolazione già stremata da anni di guerra, sfollamenti e carestie.

Lo sgretolamento degli equilibri e il nuovo ruolo di Asmara

Il quadro che emerge dalle recenti cronache è quello di un vero e proprio terremoto geopolitico. L'intesa tra Etiopia ed Eritrea, che aveva rappresentato l'architrave della campagna militare del 2020-2022, si è incrinata in modo forse irreversibile. Asmara, temendo le rivendicazioni di Abiy Ahmed su un accesso sovrano al Mar Rosso – rivendicazioni ribadite dal premier etiope in un'intervista rilasciata a febbraio e durante un'imponente parata militare ad Auasa – ha compiuto una mossa a sorpresa, avvicinandosi ai suoi ex nemici tigrini. Un riavvicinamento, questo, che il governo eritreo ha ufficialmente negato, ma che gli osservatori internazionali leggono come una chiara mossa per contrastare le ambizioni espansionistiche di Addis Abeba. Questa nuova alleanza di fatto, se confermata, getterebbe il Tigray in una morsa letale: da un lato l'esercito federale e le milizie amhara Fano – un tempo alleate e ora in rotta con il governo centrale – e dall'altro le forze tigrine appoggiate da Asmara. Il rischio concreto è che il territorio tigrino torni a essere il teatro di uno scontro per procura tra potenze regionali, con i civili intrappolati nel mezzo come già accaduto in passato.

Scontri armati e crisi umanitaria: la popolazione nel mirino

La tensione accumulata nei mesi si è trasformata in azioni belliche sul terreno. A fine gennaio, nell'area occidentale del Tigray, precisamente nel distretto di Tselemti – una zona contesa tra il Tigray e la regione confinante dell'Amhara – si sono registrati pesanti scontri tra l'esercito regolare etiope e le forze di sicurezza regionali tigrine. Uno stillicidio che ha portato alla temporanea sospensione dei voli della compagnia di bandiera Ethiopian Airlines verso la regione, un segnale che, nella sua drammaticità, ricorda i giorni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra civile. Ma non è solo il conflitto tra forze regolari a preoccupare. All'interno dello stesso Tplf, ormai da molti mesi, è in atto una profonda spaccatura che contrappone due fazioni: quella guidata da Debretsion Gebremichael, sostenitore di una linea dura, e quella facente capo a Getachew Reda, accusato dagli avversari di eccessiva vicinanza al governo di Addis Abeba. Divisioni, queste, che hanno portato a veri e propri scontri armati tra tigrini, come denunciato dall'Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha parlato di combattimenti senza sosta nella zona meridionale e sud-orientale della regione, al confine con l'Afar, tra le forze di sicurezza tigrine e le cosiddette "Forze di Pace del Tigray", una fazione rivale.

Missioni sospese e allarme ONU: il rischio di una nuova escalation

In questo clima di crescente insicurezza, anche gli aiuti umanitari, già resi precari dai tagli ai fondi internazionali decisi dall'amministrazione Trump, subiscono continui stop. Il Programma Alimentare Mondiale è stato costretto a sospendere la distribuzione di cibo nelle città di Dessie e Kombolcha, a seguito del saccheggio dei propri magazzini, un episodio che ha visto coinvolti elementi delle forze tigrine e membri della popolazione locale e che ha portato al furto di ingenti quantità di derrate alimentari destinate a bambini malnutriti. Un duro colpo per una regione dove, secondo le stime Onu, oltre cinque milioni di persone necessitano di assistenza alimentare. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la scelta del dottor Massimo Del Bene, noto chirurgo italiano e fondatore della Fondazione War Children Hospital ETS di Legnano, di rimandare una missione umanitaria che avrebbe dovuto portare soccorso e interventi chirurgici all'ospedale militare di Mekelle e alla struttura di Hewo, a Quiha. Una decisione sofferta, ma obbligata, presa a seguito delle indicazioni dell'Ambasciata italiana che, alla luce dei combattimenti in corso e dell'elevato rischio sicurezza, ha sconsigliato qualsiasi spostamento nell'area. Il progetto, ha tenuto a sottolineare il chirurgo, resta comunque pronto a ripartire non appena le condizioni lo consentiranno, a testimonianza di una ferita aperta che il mondo fatica a richiudere. L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha lanciato un appello accorato a tutte le parti coinvolte, esortandole a fare un passo indietro e a risolvere le loro divergenze attraverso il dialogo politico, sottolineando come la situazione dei civili, nuovamente intrappolati tra due fuochi, rischi di peggiorare in modo drammatico una crisi umanitaria già al limite.

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