Shiva condannato a tre anni e sei mesi per la rissa di San Benedetto del Tronto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il gup del tribunale di Ascoli Piceno, Barbara Caponetti, ha chiuso i conti con il rito abbreviato per la violenta rissa scoppiata nella notte del 30 agosto 2023 a San Benedetto del Tronto, infliggendo una condanna a tre anni e sei mesi di reclusione al rapper milanese Andrea Arrigoni, noto al grande pubblico come Shiva. La decisione, che arriva a distanza di oltre due anni dai fatti, ha coinvolto anche il suo entourage più stretto: i sodali Boris Bentil, Patrick Raimo e Simone Dannis Alvaro Recrosio sono stati giudicati colpevoli con una pena leggermente ridotta, ferma a tre anni e due mesi ciascuno. A differenza di questi ultimi, che hanno scelto il rito alternativo, i fratelli sambenedettesi Federico e Pierpaolo Sciocchetti – figura centrale nella dinamica dello scontro – non hanno optato per l’abbreviatio e sono stati quindi rinviati a giudizio.

La genesi della lite, tra piazza della Verdura e la discesa dal balcone

La ricostruzione fornita dalla procura, coordinata dal pm Saramaria Cuccodrillo, dipinge il quadro di una serata degenerata da un futile alterco verbale. Il tutto sarebbe partito da una discussione accesa in piazza della Verdura, un angolo del centro cittadino, dove i milanesi si sarebbero scontrati con uno dei fratelli del posto. L’orgoglio ferito dei locali ha scatenato una reazione a catena: richiamati rinforzi, il gruppo di rivieraschi ha invitato Shiva e i suoi a scendere dall’hotel – dove alloggiavano in previsione di un concerto in zona – per “sistemare la faccenda”. Una discesa, quella dal balcone della struttura, che si è trasformata in un campo di battaglia. L’accusa ha descritto l’uso di una violenza brutale e gratuita: pugni, calci, una cintura e infine un coltello hanno avuto la meglio sulla ragione, riducendo lo scontro a un a corpo selvaggio.

La coltellata, il sangue e la lettera di scuse che ha evitato la rapina

Uno degli aspetti più cruenti emersi durante le indagini – e filtrati dalle testimonianze – riguarda la condizione in cui versava l’imputato al culmine della rissa. Una delle persone offese ha dichiarato di averlo visto con le mani completamente sporche di sangue, un dettaglio che ha inchiodato il ventiseienne alle sue responsabilità per lesioni aggravate e porto abusivo di arma da taglio. Inizialmente, la posizione di Arrigoni appariva ancora più grave: pendeva su di lui anche l’accusa di concorso in rapina aggravata, legata alla sottrazione di uno zaino contenente denaro ed effetti personali. Eppure, è proprio su questo punto che la sentenza ha operato un ridimensionamento significativo dell’impianto accusatorio. La difesa, rappresentata dall’avvocato Niccolò Vecchioni, ha espresso soddisfazione per l’esclusione di questa ipotesi di reato, ringraziando la sensibilità del giudice. Un peso specifico, in questa decisione, l’ha avuto il comportamento processuale del rapper, il quale ha inviato una lettera di scuse formale alle vittime, accompagnata da un congruo risarcimento del danno.

Le gerarchie del rap e il carcere vissuto dall’artista

Proprio mentre i sigilli venivano apposti alla sentenza di primo grado, Shiva era al centro di un’altra narrazione mediatica, quella televisiva. Intervistato da Francesca Fagnani nel programma Belve, il trapper ha tentato di tracciare un solco tra la sua vita artistica e la deriva giudiziaria. Ha parlato apertamente del periodo trascorso in carcere – dove si trovava già per altri episodi di cronaca – raccontando il dolore per la nascita del primo figlio avvenuta mentre era dietro le sbarre, senza la possibilità di ottenere un permesso per assistere al parto. Nella stessa intervista, Arrigoni ha approfittato della ribalta per ridisegnare l’equilibrio di potere della scena musicale: ha inserito se stesso in una “top 3” ideale insieme a Sferaebbasta e Geolier, citando Kid Yugi come primo degli inseguitori. Un tentativo, forse, di riaffermare una leadership culturale in un momento in cui la giustizia ordinaria ne limita drasticamente la libertà personale.

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