La riforma della giustizia, la pm Liverani: "Votare No per evitare un arretramento del controllo di legalità"
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Redazione Interno
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La campagna che precede il voto del 22 e 23 marzo si arricchisce di voci autorevoli, chiamate a esprimersi su una riforma destinata a ridisegnare l’architettura dell’ordinamento giudiziario. Tra queste, quella di Alessandra Liverani, pubblico ministero da venticinque anni, arriva netta e priva di ambiguità: l’invito è a respingere il testo perché, qualora venisse approvato, si produrrebbe un effetto diretto sulla capacità della magistratura di esercitare il proprio controllo senza condizionamenti. La preoccupazione espressa dalla dottoressa Liverani si fonda su un’analisi dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, un equilibrio che, a suo avviso, verrebbe alterato qualora la riforma ottenesse la maggioranza dei consensi. La riduzione dell’indipendenza del potere giudiziario, spiega, non è un’astratta ipotesi accademica ma la conseguenza concreta di un impianto normativo che finirebbe per subordinare l’azione della magistratura a logiche esterne, minando alla radice quel principio di autonomia senza il quale non può darsi una giurisdizione pienamente libera da timori o influenze. Solo una magistratura che non deve rendere conto al potere esecutivo, aggiunge, può davvero svolgere la funzione che la Costituzione le assegna, garantendo ai cittadini una tutela effettiva e imparziale.
Le parole di Di Matteo e il richiamo ai voti della criminalità
Se l’analisi della pm Liverani si mantiene sul terreno dei princìpi costituzionali, le dichiarazioni di Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, hanno acceso i riflettori su un fronte ben più aspro e politicamente esplosivo. Intervenendo a Roma alla presentazione del volume di Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, dal Titolo “Perché NO - Guida al Referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole”, il magistrato ha ripreso senza esitazione le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri. La sua tesi è che, accanto a cittadini in buona fede che potrebbero scegliere il Sì, vi saranno anche mafiosi, massoni e coloro che operano all’interno del sistema corruttivo a esprimersi favorevolmente per la riforma. Non si tratta, secondo Di Matteo, di una provocazione fine a sé stessa, ma della constatazione di un meccanismo ben noto a chi indaga sui fenomeni criminali: la delegittimazione della magistratura, alimentata quotidianamente da una narrazione che ne mette in discussione il ruolo e l’operato, rappresenta un obiettivo strategico per chi della giustizia deve temere l’azione.
Il riferimento del pm, nel corso del suo intervento, è andato a episodi giudiziari che hanno segnato la cronaca italiana, dal caso Garlasco a quello di Enzo Tortora, fino alla vicenda dei bambini della casa del bosco. In quelle occasioni, ha sostenuto, si è consumato un attacco sistematico alla credibilità della magistratura, un attacco che parla alla pancia di quanti hanno interesse a vedere indebolita l’istituzione giudiziaria. Quando la criminalità organizzata, ha proseguito Di Matteo, percepisce che una parte politica intende contrastare o ridimensionare il potere dei magistrati, la sua scelta di voto diventa immediata e scontata. A sostegno di questa tesi, il magistrato ha citato un precedente storico passato in giudicato, risalente al 1987, quando il Partito Socialista e il Partito Radicale sostennero una riforma sulla responsabilità civile dei magistrati: in quell’occasione, i clan mafiosi, tradizionalmente orientati verso la Democrazia Cristiana, modificarono le loro preferenze elettorali a favore di quei partiti, dimostrando un’attenzione lucida e strumentale alle politiche giudiziarie.
La reazione della politica e lo scontro sul metodo
Le affermazioni del magistrato non potevano restare senza replica, e la risposta del fronte politico favorevole alla riforma non si è fatta attendere. Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera, nonché responsabile della campagna per il Sì del suo partito, ha commentato con durezza le parole di Di Matteo, definendole il delirio di un invasato animato dal pregiudizio. Un’analisi, l’ha definita Mulè, ridicola e superficiale, che non merita neppure di essere confutata nel merito tanto è evidente la sua infondatezza. Ancora più netta la presa di posizione di Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia e sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, che ha parlato di parole indegne e inaccettabili. Attribuire in modo così generalizzato il voto favorevole a mafiosi e criminali, ha spiegato la Siracusano, significa abbandonare il terreno della cultura costituzionale per avvelenare il dibattito pubblico con insinuazioni che finiscono per delegittimare milioni di cittadini. La riforma, ha aggiunto, andrebbe discussa articolo per articolo, principio per principio, e non attraverso suggestioni da bar che rivelano l’assenza di argomenti sostanziali da parte dei suoi detrattori.
L’oggetto del voto: carriere separate e nuovo Csm
Al di là delle polemiche politiche e delle accuse incrociate, il quesito referendario sottoposto ai cittadini ha un contenuto tecnico preciso che merita di essere compreso nella sua portata. La riforma costituzionale, voluta dal governo Meloni e già approvata dal Parlamento, introduce il principio della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti, quelli che assumono la funzione di giudici, e magistrati requirenti, vale a dire i pubblici ministeri. Oggi, pur con notevoli limitazioni, è ancora possibile il passaggio da una funzione all’altra; domani, con l’entrata in vigore del nuovo dettato costituzionale, questa possibilità verrebbe definitivamente cancellata, rendendo i due percorsi professionali del tutto distinti e impermeabili.
A corollario di questo principio, la riforma prevede lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura: non più un unico organo di autogoverno, ma due distinti consessi, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri. Cambia anche la modalità di selezione dei componenti togati, che non sarebbero più eletti ma estratti a sorte, con l’obiettivo dichiarato di spezzare il potere delle correnti e delle cordate che, secondo i sostenitori del Sì, hanno condizionato per decenni le carriere e le nomine all’interno della magistratura. Viene infine istituita una Corte disciplinare di rango costituzionale, composta da magistrati e giuristi laici, alla quale spetterebbe il compito di giudicare gli eventuali illeciti disciplinari commessi dai magistrati, sottraendo questa funzione al Csm.




