Landini, lo sciopero e il peso di una piazza che non basta
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Redazione Interno
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Mezzo milione di persone, secondo le stime diffuse dalla Cgil stessa, hanno affollato i cortei indetti venerdì scorso in decine di città italiane per lo sciopero generale contro la Legge di Bilancio. Una mobilitazione, quella voluta dal segretario generale Maurizio Landini, che si proponeva una duplice finalità: da un lato, rilanciare la contrattazione per i rinnovi dei molti contratti collettivi in scadenza, considerata la leva principale per un rialzo dei salari; dall’altro, aprire una vertenza diretta con l’esecutivo, definendone la manovra finanziaria “ingiusta e dannosa” per lavoratori, pensionati e giovani, dunque da modificare radicalmente. “Il Paese dice no alla manovra”, ha dichiarato Landini al termine della giornata, tentando di trasformare numericamente la protesta in un inequivocabile segnale politico.
Le cifre contrastanti e la delegittimazione governativa
Quel segnale, tuttavia, è stato immediatamente e aspramente contestato dal governo, il quale ha parlato di uno “sciopero flop” minimizzandone la portata reale. La frattura tra le due parti, già profonda sul piano delle politiche economiche, si è dunque trasferita sul terreno dell’interpretazione dei fatti, con valutazioni diametralmente opposte sull’adesione al blocco del lavoro. Se da Palazzo Chigi, il cui inquilino è oggi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si è scelto di sminuire l’evento, i dati parziali resi noti da alcuni settori pubblici hanno offerto un quadro disomogeneo, confermando come la partecipazione non sia stata trasversale. Alcuni di essi, anzi, hanno registrato percentuali di astensioni dal lavoro particolarmente basse, inferiore al cinque per cento, il che ha fornendo ulteriore argomento ai critici della mobilitazione.
Un linguaggio radicale e la ricerca di un nuovo ruolo
La strategia comunicativa adottata da Landini, d’altronde, non ha lasciato spazio a mediazioni, scegliendo toni di netta contrapposizione che hanno definito l’operato del governo con espressioni come “manovra di guerra” e “regime”. Un linguaggio che, se da una parte mira a coagulare il malcontento attorno a una narrazione di forte conflitto, dall’altra rischia di accentuare l’isolamento di un sindacato che non sembra più in grado di trainare l’intera categoria dei lavoratori dipendenti. L’immagine del segretario, che alcuni ritraggono nelle vesti di un capopopolo solitario, si staglia su una piazza la cui ampiezza è oggetto di disputa, mentre la gran parte del Paese ha proseguito regolarmente la propria attività. Questa discrepanza, tra l’obiettivo dichiarato di parlare a nome della “nazione” e l’effettiva capacità di interruzione, costituisce il nodo cruciale dell’intera operazione.
Le conseguenze sull’influenza politica del sindacato
L’esito della giornata di sciopero, al di là delle polemiche sui numeri, delinea una situazione complessa per la Confederazione. La difficoltà nel generare un’adesione massiccia e uniforme, unita alla fredda accoglienza riservata all’evento da parte di gran parte della stampa nazionale – che in molti casi non ne ha dato particolare risalto in prima pagina – sembra riflettere un calo di influenza. Quel che ne consegue, inevitabilmente, è un affievolimento della forza negoziale, non solo verso il governo ma anche nei confronti delle controparti datoriali, in un momento in cui la pressione sulla contrattazione collettiva sarebbe invece fondamentale. La scommessa di Landini, che punta a rilanciare il ruolo politico e sociale del sindacato attraverso la mobilitazione di piazza, si scontra con una realtà frammentata, dove il consenso appare più circoscritto di quanto le dichiarazioni di chiusura lascino intendere.




