Ai ai ma che Sanremo: l’intelligenza artificiale invade la terra dei cachi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, quella del ritorno di Carlo Conti alla guida della kermesse, passerà agli atti per un motivo che con la musica, almeno in apparenza, ha poco a che fare, e che invece riguarda il nostro rapporto con la tecnologia e la percezione della realtà. Perché se è vero che il palco dell’Ariston è storicamente uno specchio del Paese, allora l’ingombrante presenza dell’intelligenza artificiale, tra i big in gara e fuori, racconta di un’Italia che si affaccia a questa rivoluzione con un misto di timore reverenziale, entusiasmo acritico e, per certi versi, una preoccupante mancanza di dibattito pubblico. A mettere il dito nella piaga, con la consueta arguzia, ci ha pensato Dargen D’Amico, il cui brano “Ai ai” gioca volutamente sull’omonimia tra l’acronimo dell’intelligenza artificiale e un’esclamazione di dolore, quasi a voler suggerire che il progresso, quando non governato, possa trasformarsi in un lamento collettivo -2-3. L’artista milanese, del resto, non si limita a una provocazione lessicale: la sua riflessione affonda nel dubbio esistenziale su cosa accadrà “quando la macchina prenderà il controllo”, e lo fa partendo da un episodio concreto, quella fotografia dei due poliziotti abbracciati durante gli scontri di Torino che si è rivelata essere un fake, a dimostrazione di come, nell’era del post-vero, “non possiamo più fidarci di quello che vediamo” -3.
Mentre D’Amico canta il suo scetticismo, definendo la propria musica “biologica” in opposizione a quella sintetica, e racconta di aver provato a scrivere testi con l’intelligenza artificiale salvo poi desistere perché i risultati erano “troppo puliti, troppo netti”, privi di quegli “errori” che per un autore sono linfa vitale, il resto del sistema Sanremo sembra invece aver deciso di abbracciare la novità con entusiasmo, declinandola in tutte le salse possibili -3-5. C’è chi, come l’agenzia SWJ Web Marketing, ha incrociato i dati social dei trenta big con i modelli di Grok, Gemini e ChatGPT per elaborare una previsione sul vincitore, un pronostico che prescinde dall’ascolto delle canzoni e si basa su incroci statistici e metriche di engagement, quasi a voler ridurre il fatto artistico a un mero dato numerico da elaborare. Un esercizio che solleva piuttosto che risolvere il nodo di fondo: se una macchina può prevedere il successo di una canzone senza averne colto l’emozione, cosa sta diventando il successo stesso?
L’esperimento parallelo: artisti sintetici e giurie algoritmiche
Se le previsioni degli algoritmi possono sembrare un gioco, ben più sostanziosa è la presenza fisica, per così dire, dell’intelligenza artificiale negli spazi paralleli della kermesse. WMF – We Make Future, la fiera internazionale dedicata all’innovazione, ha infatti portato a Sanremo un progetto ambizioso e volutamente provocatorio: “Saremo AI”, una competizione musicale parallela che mette in gara 27 artisti non umani, interamente generati dall’intelligenza artificiale, ognuno con una propria identità, un genere musicale e una storia costruita a tavolino -4-5. Si va dal crooner digitale che canta “codici nel cuore” alla regina del reggaeton partenopeo, dal metallaro ossessionato dai decibel al cantautore urbano cresciuto tra glitch e asfalto: un catalogo di stereotipi del mercato musicale contemporaneo, amplificati e restituiti in chiave algoritmica, che popolano già le piattaforme di streaming come Spotify e YouTube con i loro brani inediti -5-6.
Il meccanismo di valutazione di questo festival virtuale è forse la parte più interessante dell’esperimento, perché introduce per la prima volta una “giuria ibrida” composta da professionisti in carne e ossa e da dieci intelligenze artificiali, queste ultime programmate con bias dichiarati e differenti sensibilità critiche -4-7. Un’architettura multi-agente che non si limita a giudicare gli artisti sintetici, ma che estende la propria analisi anche ai brani in gara sul palco dell’Ariston, producendo una classifica predittiva che verrà svelata alla vigilia della finale, un tentativo di sfidare l’algoritmo a comprendere ciò che forse per sua natura non potrà mai afferrare del tutto, e cioè il mistero dell’emozione umana dal vivo -4-6.
L’AI Lab dei The Jackal e le “papere” che fanno discutere
A rendere ancora più pervasiva la presenza dell’intelligenza artificiale in questa edizione ci pensano poi i The Jackal, il collettivo di creator napoletani, che in collaborazione con il partner tecnologico Btinkeeng ha lanciato il progetto Sanremo AI Lab -1. Si tratta di un sistema avanzato di intelligenza artificiale generativa multi-agente, progettato per simulare le dinamiche del dibattito critico musicale: tre agenti artificiali, dotati ciascuno di una diversa sensibilità, e un moderatore osservano, analizzano e giudicano le performance, rendendo trasparenti le divergenze critiche e le motivazioni che portano un consenso piuttosto che un altro -1. Il sistema, che si basa su Large Language Models di ultima generazione e su un’architettura RAG per aggiornare in tempo reale la “verità condivisa” tra gli agenti, produrrà ogni sera una pagella dedicata a cinque artisti, pubblicata sulla pagina Facebook del collettivo: un esperimento che cerca di replicare la soggettività del giudizio umano attraverso una “temperatura stocastica variabile”, un ossimoro tecnico che suona quasi come una resa filosofica -1.
E poi ci sono le “papere”, andate in onda nel corso della prima puntata, un momento che molti spettatori hanno definito “agghiacciante” e che ha visto protagoniste delle papere realizzate attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale. Un inserto, quello dei volatili animati digitalmente, che ha spiazzato il pubblico e che testimonia la volontà della direzione artistica di sperimentare con gli strumenti del linguaggio generativo, anche a costo di creare cortocircuiti visivi e straniamento. La sensazione, insomma, è che l’intelligenza artificiale a Sanremo 2026 ci sia e si faccia vedere da tutte le parti: nella critica sociale di Dargen D’Amico, nelle previsioni statistiche delle agenzie, nei corpi sintetici dei cantanti virtuali di “Saremo AI”, nei giudizi algoritmici del laboratorio dei The Jackal e persino in quegli intermezzi surreali che hanno aperto il sipario sulla prima serata. Resta da chiedersi, al di là dell’invadenza mediatica e della sperimentazione tecnologica fine a se stessa, quale di queste anime finirà per prevalere nel racconto di questa edizione, e se il dibattito che Dargen D’Amico invoca a gran voce riuscirà a trovare spazio al di fuori della sua canzone, in un festival che sembra aver scelto di usare l’intelligenza artificiale come specchio, forse senza accorgersi che lo specchio, a volte, riflette anche le nostre paure.




