CER e partenariato pubblico-privato, il banco di prova della transizione energetica
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La progressiva diffusione delle Comunità Energetiche Rinnovabili sta ridefinendo non soltanto il perimetro del sistema energetico nazionale, ma anche le modalità attraverso le quali le amministrazioni pubbliche possono perseguire obiettivi di interesse generale coinvolgendo operatori privati. Il partenariato pubblico-privato, in questo scenario, diventa lo strumento attraverso cui gli enti locali provano a trasformare la transizione energetica da vincolo normativo a leva di sviluppo territoriale.
La questione, però, si porta dietro una serie di nodi irrisolti che riguardano la distribuzione dei rischi, la sostenibilità finanziaria dei progetti e la tenuta dell'equilibrio contrattuale nel medio e lungo periodo.
Il quadro nazionale tra crescita e ritardi
I numeri delle CER in Italia raccontano di un fenomeno che ha accelerato, ma che resta lontano dalle ambizioni iniziali. Secondo i dati diffusi dal GSE, al 31 dicembre 2025 risultavano 904 comunità energetiche riconosciute, per una potenza installata complessiva di 95 MW e 8.653 utenze associate, distribuite su 1.429 impianti. A livello provinciale, in territori come quello varesino le CER costituite e attive sono una quindicina, per alcune delle quali il riconoscimento da parte del Gestore dei Servizi Energetici è ancora in corso.
Il confronto con l'obiettivo di 5.000 MW incentivabili entro il 2027, previsto dal quadro normativo, evidenzia una distanza che le procedure complesse e i ritorni economici modesti contribuiscono ad alimentare. Le configurazioni restano di piccola scala: quasi due terzi delle CER italiane non superano i 20 kW di potenza, con valori mediani che si attestano intorno ai 19 kW.
Il fotovoltaico continua a rappresentare l'asse portante del modello, con circa il 55% delle configurazioni dotato di sistemi di accumulo per migliorare l'autoconsumo e la quota di energia condivisa.
Il ruolo ancillare della pubblica amministrazione
Nonostante le CER siano nate anche per abilitare la partecipazione dei soggetti pubblici, i dati mostrano un coinvolgimento ancora marginale delle amministrazioni nei ruoli di guida. Le configurazioni in cui Comuni o altre pubbliche amministrazioni compaiono come soggetti referenti o produttori sono poco più di 40 su circa 1.800, mentre i progetti PNRR presentati direttamente dagli enti locali risultano poco più di 600 su oltre 48.000 iniziative censite. La spinta principale allo sviluppo proviene, almeno in questa fase, da cittadini, imprese e soggetti privati.
Questo squilibrio si riflette anche sulle dinamiche del partenariato pubblico-privato. Le esperienze sul territorio mostrano che quando la pubblica amministrazione riesce a fare da regista, i risultati in termini di investimenti e prestazioni energetiche possono superare le attese. È il caso della gara GASLESS in Piemonte, dove un contratto di prestazione energetica della durata di 14 anni ha portato l'aggiudicatario a quasi raddoppiare gli investimenti rispetto alla base di gara, con risparmi energetici termici garantiti superiori al 45% e, per alcuni edifici, fino al 70%.
Rischi, PEF ed equilibrio contrattuale
Il cuore del problema, quando si parla di partenariato pubblico-privato applicato alle CER, è la distribuzione dei rischi tra le parti. Un partenariato che scarica troppo rischio sul privato rischia di diventare eccessivamente costoso per il pubblico, perché a rischio percepito più alto corrisponde normalmente una richiesta di rendimento maggiore. Al contrario, un trasferimento insufficiente di rischio disincentiva la performance e produce scarso valore per la collettività.
Nel caso delle concessioni di lavori pubblici, il rischio operativo deve essere significativo e dipendere da fattori esterni non governabili dalle parti, con l'equilibrio economico-finanziario che richiede sia convenienza economica sia sostenibilità finanziaria nell'arco della durata contrattuale.
Per una CER, il piano economico-finanziario assume una funzione dirimente. Non basta analizzare i costi del singolo impianto o la tariffa incentivante riconosciuta dal GSE per vent'anni: serve mettere a sistema la gestione della configurazione, le modalità di finanziamento, i flussi di cassa e gli indicatori di sostenibilità nel medio-lungo periodo.
La tariffa incentivante sull'energia condivisa è compresa tra 60 e 120 euro per MWh, in funzione della taglia dell'impianto e del valore di mercato dell'energia, un intervallo che rende la convenienza economica fortemente dipendente dalla capacità di massimizzare l'autoconsumo e la condivisione.
Strumenti contrattuali e modelli ibridi
Il quadro che emerge dalle esperienze in corso indica la necessità di modelli contrattuali ibridi, che combinino le logiche dell'Energy Performance Contract con quelle del partenariato pubblico-privato e dell'appalto integrato, ancorando la remunerazione dei fornitori a indicatori di performance ambientale e di ritorno energetico effettivo.
L'inserimento di disposizioni che abilitino la partecipazione delle pubbliche amministrazioni a CER esistenti o in fase di costituzione, con schemi di contratto e modelli di gestione consortile tra pubblico e privato, rappresenta una delle direttrici indicate per superare l'attuale frammentazione.
A livello territoriale, strumenti come il bando da 280.000 euro varato dalla Camera di Commercio di Varese, con contributi fino a 20.000 euro per l'adesione alla CER, mostrano come il sostegno pubblico possa intervenire per abbattere le barriere all'ingresso e promuovere la partecipazione delle piccole e medie imprese. La sfida, per le amministrazioni, resta quella di costruire architetture contrattuali in cui l'equilibrio economico-finanziario non venga meno quando cambiano le condizioni di mercato o la composizione dei membri della comunità.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
