Marmolada, il ghiacciaio perde 9 ettari in un anno: “Potrebbe sparire entro un decennio”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ghiacciaio della Marmolada chiude l’estate 2026 con un nuovo record negativo. In dodici mesi la superficie glaciale si è ridotta di 9 ettari, passando dai 92 ettari rilevati nel 2025 agli attuali 83. L’arretramento medio del fronte è stato di 23 metri, un valore triplo rispetto agli 8 metri registrati l’anno precedente. I dati emergono dall’ottava edizione della Campagna Glaciologica Partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova con la collaborazione di ARPAV e Fondazione Glaciologica Italiana.

Alle operazioni di monitoraggio hanno preso parte una trentina di volontari, di età compresa tra i 16 e i 75 anni, provenienti da quattro regioni.

Il confronto con il 2022 e il crollo del seracco

La perdita di superficie registrata quest’anno richiama quanto era stato osservato nel 2022, l’anno del distacco di un gigantesco seracco di ghiaccio e roccia che provocò la morte di 11 alpinisti. In quella stagione la Marmolada aveva fatto segnare una riduzione analoga. A quattro anni di distanza, i rilievi restituiscono un bilancio paragonabile per entità, ma inserito in una tendenza di lungo periodo che gli studiosi definiscono ormai strutturale.

Il responsabile scientifico della campagna, Mauro Varotto, ha spiegato che i dati aggiornati aggravano una dinamica già evidente da decenni e che, qualora dovessero ripetersi estati con condizioni simili a quella appena trascorsa, il ghiacciaio potrebbe avere soltanto una decina d’anni di vita.

Il fronte occidentale arretra di 120 metri in due anni

Il settore che mostra i segnali più critici è quello occidentale. In un singolo punto di misura, il fronte è arretrato di 120 metri nell’arco di due anni, portando la quota della lingua glaciale oltre i 2.900 metri. Giovanni Benetton, responsabile delle misurazioni per la Fondazione Glaciologica Italiana, ha precisato che il ghiacciaio risulta completamente privo di neve residua, a eccezione di quella protetta dai teloni geotessili stesi lungo la pista da sci che scende da Punta Rocca.

Il ritiro medio sui segnali frontali, triplicato rispetto al 2025, conferma un’annata di fusione eccezionale per uno degli apparati glaciali più estesi delle Dolomiti, situato lungo il confine tra Veneto e Trentino-Alto Adige.

Temperature record e assenza di nevicate alle quote più alte

Alla base dell’accelerazione c’è soprattutto il caldo. Secondo Gianni Marigo di ARPAV, quella del 2026 è stata sulle Dolomiti l’estate più calda almeno dal 1991, superando anche il 2003 per persistenza e intensità delle temperature medie. Ad agosto, alla stazione di Punta Rocca a 3.250 metri di altitudine, lo scarto dalla media ha superato i 3 gradi. Soltanto in tre giorni si è registrata una minima negativa e non si è mai verificata una giornata con temperatura media sotto lo zero. Nessuna nevicata ha interessato nemmeno le quote più elevate, impedendo il necessario apporto di massa nevosa.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda il permafrost: alla stazione di monitoraggio del Piz Boè, la vetta più alta del Gruppo del Sella, non risulta più terreno gelato a nessuna profondità.

Acqua di fusione nei crepacci e instabilità dei versanti

A metà agosto i rilievi sulla Marmolada hanno evidenziato acqua di fusione all’interno dei crepacci a monte della nicchia di distacco del 2022, la stessa condizione individuata dagli studi all’origine del tragico crollo. Aldino Bondesan, responsabile per il Triveneto della Fondazione Glaciologica Italiana, ha osservato che le perdite di spessore in questo settore sono triplicate rispetto alla media dell’ultimo decennio e che la neve invernale si è esaurita già a fine luglio.

Il quadro della Marmolada si inserisce in una condizione più ampia che coinvolge l’intero arco alpino: secondo i dati diffusi da Legambiente nell’ambito della Carovana dei ghiacciai, lo zero termico è rimasto stabilmente tra i 4.800 e i 5.000 metri, accelerando la fusione e rendendo i versanti sempre più instabili.

Le conseguenze a valle e le misure di adattamento

La fusione dei ghiacci incide direttamente sulla disponibilità idrica a valle e sulla stabilità dei pendii. Il comune di Alagna Valsesia, ai piedi del Monte Rosa, ha rilanciato attraverso i propri canali social una domanda rivolta a cittadini e amministrazioni: “Saremo mai pronti per un Monte Rosa senza ghiacciai?”. L’amministrazione ha segnalato che i pendii sono sempre più instabili, l’acqua scompare nelle valli prive di neve e ghiaccio e le precipitazioni piovose raggiungono ormai quote superiori ai 4.500 metri.

Il sindaco Roberto Veggi ha sottolineato come la fusione stia cambiando non solo la fisionomia del massiccio, ma anche il modo di frequentarlo e di affrontarlo. Tra le iniziative promosse dal comune figurano il progetto “Agrosistemi delle Terre Alte” e “Alagna Walser Green Paradise”, sviluppato con il Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Torino e la Regione Piemonte.

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