Krasznahorkai, il maestro dell'Apocalisse che ha vinto il Nobel per la Letteratura
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Alla fine è toccato all'ungherese László Krasznahorkai, che la scrittrice americana Susan Sontag aveva definito "maestro dell'Apocalisse", vincere il Premio Nobel per la Letteratura 2025, un riconoscimento che l'Accademia svedese ha motivato con "la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell'arte". Raggiunto dall'intervistatrice Jenny Rydén, lo scrittore ha espresso una profonda tristezza nel riflettere sulla situazione attuale del mondo, indicando proprio l'essere umano come la sua più intima ispirazione; una dichiarazione che, se da un lato sembra contraddire il suo sguardo apparentemente nichilista, dall'altro ne svela la disperata e commossa partecipazione alle sorti dell'umanità. La sua è una voce unica, quella di un profeta laico che si colloca in uno spazio letterario delimitato da Kafka e Bernhard, dove la menzogna della speranza, di cui egli stesso afferma "abbiamo bisogno", diventa l'unico, paradossale conforto di fronte all'insensatezza del reale.
L'opera come unico, perpetuo rifugio
La sua produzione, che annovera titoli divenuti culto come *Satantango*, *Melancolia della resistenza*, *Guerra e guerra* e *Il ritorno del barone Wenckheim*, è stata da lui stesso considerata come un unico, grande libro, riscritto più volte a causa di un'insoddisfazione perenne. Se avesse dovuto racchiudere l'intera quadrilogia in un solo titolo, avrebbe scelto qualcosa come *Sconfitta*, con un sottotitolo che suonerebbe *Manicomio come rifugio*, a suggellare una visione del mondo in cui la follia costituisce l'ultimo baluardo di senso, o forse la sua definitiva dissoluzione. Una coerenza tematica e stilistica che attraversa tutta la sua carriera, rendendo ogni opera un tassello di un unico, monumentale affresco sulla condizione umana.
La ricezione in Italia e il rapporto con l'Ungheria
In Italia, la voce di Krasznahorkai è giunta principalmente grazie al lavoro di Dóra Várnai, traduttrice nata in una famiglia italo-ungherese e cresciuta a Milano, che ha curato la versione italiana di quasi tutti i suoi libri, ad eccezione di *Melancolia della resistenza*, tradotto invece da Bruno Ventavoli e Dóra Mészáros. La Várnai, che confidava in questo riconoscimento ma ormai non ci credeva più, ha anche sottolineato come lo scrittore sia da sempre un critico severo della società ungherese, motivo per cui il regime al potere non lo ama; un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di significato alla sua opera, collocandola in un preciso contesto politico e culturale, sebbene la sua portata sia universalmente riconosciuta.
Uno stile ipnotico e una complessità solo apparente
La prosa di Krasznahorkai, caratterizzata da un'ossessiva frammentarietà e da un tono spesso allucinato, si sviluppa in frasi lunghe che possono arrivare a coprire intere pagine, come nel caso del romanzo *Herscht 07769*, composto da un'unica, immensa frase. Sebbene in apparenza possa sembrare di difficile approccio, in realtà la sua scrittura possiede una forza ipnotica e ritmica che trascina il lettore, rivelando, al di là della struttura complessa, una comicità disperata e una profonda umanità nei ritratti dei suoi personaggi, spesso grotteschi e perdenti. È proprio questa tensione formale e contenutistica, questa capacità di esplorare gli abissi senza mai perdere il controllo del linguaggio, a costituire il nucleo del suo genio letterario, che il premio Nobel ha finalmente portato all'attenzione di un pubblico più vasto.




