Allarme Anthropic: l’Ai sta rivoluzionando il cybercrimine
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Redazione Economia
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L’intelligenza artificiale, lungi dall’essere soltanto un alleato della produttività aziendale, sta ridisegnando i confini della sicurezza informatica da entrambi i fronti, ma sono le sue applicazioni più sinistre ad accendere i riflettori degli investigatori. Nell’ultimo anno, e il 2026 non fa eccezione, i rapporti del settore – incluso un’analisi dettagliata proposta da Anthropic – dipingono una realtà in cui i criminali informatici non si limitano più a utilizzare l’Ai come supporto marginale. La stanno integrando, piuttosto, come un ingranaggio centrale nelle loro operazioni.
Gruppi legati al ransomware, attori sponsorizzati da Stati e hacker indipendenti hanno ormai interiorizzato questi modelli per accelerare fasi critiche degli attacchi: dalla ricognizione avanzata sui bersagli, allo sviluppo di codice malevolo che muta forma per eludere la rilevazione, fino alla caccia autonoma di vulnerabilità zero-day. Ciò che una volta richiedeva settimane di paziente lavoro da parte di un team specializzato, oggi può essere orchestrato in pochi minuti da un agente artificiale che ragiona, pianifica e colpisce senza la necessità di un intervento umano costante.
Il worm intelligente che ragiona, si adatta e si propaga da solo
Una delle minacce più inquietanti emerse dalle recenti ricerche, convalidate da esperimenti sul campo condotti da istituti come l'Università della California, è rappresentata dai cosiddetti "worm informatici adattivi". A differenza dei loro predecessori, i quali sfruttavano bucce fisse e una volta neutralizzate cessavano la loro diffusione, questi nuovi parassiti digitali utilizzano un modello di linguaggio eseguito localmente sulla macchina infetta per modificare il proprio comportamento in tempo reale.
Se un tentativo di intrusione fallisce, il worm non si blocca: ragiona sull’errore, cambia strategia e riprova, sfruttando anche i dispositivi più semplici come nodi di calcolo per alimentare la propria logica offensiva. La vera svolta, che ha fatto scattare l’allarme tra gli addetti ai lavori, è la capacità di questi agenti di delegare i compiti più complessi ai nodi della rete dotati di GPU più potenti, creando un’intelligenza distribuita e praticamente inarrestabile fintanto che esiste un solo dispositivo infetto nella rete.
Il costo marginale per l’attaccante, in questo scenario, tende a zero, creando un’asimmetria destabilizzante rispetto ai difensori che devono invece proteggere ogni singolo endpoint.
Frontier Ai e le quattro dimensioni del rischio sistemico
Proprio per rispondere a questa escalation, aziende come Commvault, leader nel settore della resilienza unificata, hanno elaborato dei veri e propri decaloghi per la sopravvivenza nell’era della Frontier AI. Questi modelli di frontiera, che alcuni analisti paragonano a "fabbriche di vulnerabilità", sono eccellenti nell’identificare rapidamente le falle nei sistemi, ma abbassano pericolosamente la soglia tecnica necessaria per sfruttarle. La resilienza, quindi, diventa un elemento essenziale non più posticcio.
Commvault delinea un approccio strutturato in quattro fasi chiave che le aziende dovrebbero seguire per rimanere operative. Non si tratta più solo di prevenire l’attacco, concetto ormai superato dalla rapidità delle macchine, ma di accettare la violazione come un evento probabile. La difesa si sposta così verso la capacità di isolare i sistemi critici, ripristinare i dati da copie immutabili (concetto noto come "air-gap") e testare continuamente i piani di recovery in ambienti protetti, prima che il disastro colpisca.
Accanto a questa strategia operativa, emerge un modello concettuale per comprendere il rischio sistemico, che prende in prestito lezioni dalla regolamentazione finanziaria. Si individuano quattro dimensioni: l’interconnessione, che trasforma un guasto locale in un collasso a cascata; la soglia critica, superata la quale il sistema perde stabilità; l’omogeneità tecnologica, per cui la stessa falla può colpire milioni di dispositivi identici; e infine la complessità, che rende invisibile la minaccia fino al momento dell’esplosione.
Quando il crimine cancella ogni traccia: lo stato "dark and dead"
Sul fronte delle conseguenze operative, i dati raccolti dai tecnici sul campo evidenziano un’evoluzione brutale delle tecniche di estorsione. Non basta più criptare i file, come avveniva nella prima generazione di ransomware. Gli attaccanti odierni, armati di intelligenza artificiale, mirano a lasciare l’infrastruttura della vittima in uno stato definito "dark and dead" – buia e morta.
Ciò significa che gli hacker non si limitano a bloccare i dati, ma prendono il controllo diretto degli ipervisori, cancellano le macchine virtuali e devastano i sistemi di gestione, rendendo impossibile anche solo l’avvio dei sistemi per avviare un eventuale ripristino. In alcuni casi documentati da Commvault, ripristinare un ambiente del genere ha richiesto non ore, ma giorni di lavoro estenuante, durante i quali l’azienda è stata costretta a operare in completa battuta d’arresto.
La difesa, quindi, deve prevedere scenari in cui l’intera infrastruttura di produzione viene considerata perduta, affidandosi esclusivamente a copie di lavoro conservate in ambienti logicamente separati e non raggiungibili dalle credenziali compromesse.




