Jashari e la "besa": la parola che ha portato il giovane svizzero al Milan
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Paese che vai, usanza che trovi. Se in Afghanistan e Pakistan vige il pashtunwali, codice etico che impone ospitalità e rispetto persino tra nemici, in Albania esiste qualcosa di simile: la besa, promessa solenne che vale più di un contratto. È questo il patto, non scritto ma inviolabile, che ha legato Ardon Jashari al Milan, chiudendo una trattativa altrimenti complessa. Il giovane centrocampista, svizzero di origini kosovare, ha scelto i rossoneri non solo per il progetto sportivo, ma per un legame emotivo che affonda le radici nell’infanzia.
"È il mio sogno di bambino", ha confessato Jashari nel suo primo colloquio con Milan Tv, sottolineando come la famiglia gli abbia ricordato l’affetto viscerale per un club che, nella sua cerchia, è sempre stato un mito. "Voglio riportare il Milan dove merita", ha aggiunto, citando due idoli rossoneri come Baggio e Pirlo, ma senza nascondere l’emozione per la possibilità di giocare accanto a un fuoriclasse come Modric. La scelta del numero 30, lo stesso con cui Messi esordì al Barcellona, non è casuale: "Mi ha portato fortuna", ha spiegato, quasi a voler ribadire che il destino, a volte, si mescola alla volontà.
L’operazione, però, non è stata semplice. Il club ha investito 36 milioni (più 3 di bonus), cifra che colloca Jashari al sesto posto tra i centrocampisti più cari della storia della Serie A, alla pari con Kondogbia. Un esborso importante, giustificato dal potenziale di un giocatore che, a soli 22 anni, ha già dimostrato maturità e tecnica sopra la media.




