Governo vara la riforma dei porti, nasce la società Porti d’Italia
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera, in una delle sue ultime sedute, al disegno di legge per il riordino della governance portuale, un provvedimento che, com’è noto, dovrà ora affrontare l’iter parlamentare. L’obiettivo dichiarato dell’operazione, la quale mira a superare quella che viene descritta come una storica frammentazione del sistema marittimo nazionale, è di accentrare alcune funzioni strategiche oggi disperse tra le diverse autorità portuali, per rendere l’intera rete più competitiva sul piano mediterraneo ed europeo. Una mossa, questa, che – sebbene presentata come una necessaria modernizzazione – non manca di sollevare interrogativi sugli equilibri tra centro e periferia, in un settore cruciale per l’economia del paese.
La nuova società pubblica e le competenze centralizzate
Cuore della riforma è la creazione di “Porti d’Italia Spa”, una società pubblica alla quale verranno conferite le prerogative relative alla progettazione e alla realizzazione dei grandi interventi infrastrutturali. Ciò significa che la spesa strategica, di fatto, verrà accentrata, lasciando alle singole autorità – tutte e sedici, come specificato, compresa quella di Taranto – le attività di gestione ordinaria e di policamentare. Il governo, nel comunicato ufficiale, ha voluto tranquillizzare proprio le autorità portuali locali, sottolineando come il loro ruolo non venga meno, sebbene con poteri decisamente ridotti rispetto al passato.
Le reazioni del mondo economico e le critiche politiche
Dal mondo dell’impresa, intanto, giungono primi commenti cauti e misurati, che evidenziano tanto le potenzialità quanto le criticità della manovra. Beppe Costa, vicepresidente di Confindustria con delega ai porti, ha parlato esplicitamente di “luci e ombre” nell’architettura del provvedimento, auspicando un confronto ampio durante il passaggio in Parlamento. Sul versante politico, invece, le voci critiche non si sono fatte attendere: il Partito Democratico ha denunciato senza mezzi termini i rischi di un eccessivo centralismo, paventando una possibile marginalizzazione delle autorità locali e delle loro specifiche esigenze, le quali potrebbero essere sacrificate in nome di una visione unitaria.
Il percorso di riforma e il quadro normativo di riferimento
La riforma si propone di aggiornare un quadro normativo che, come ricordato da più parti, risale alla legge 84 del 1994 – integrata successivamente dal decreto legislativo 169 del 2016 – e che molti operatori del settore considerano ormai non più adeguata alle sfide della logistica globale. L’intervento, pertanto, non nasce in un vuoto legislativo, ma intende dare una risposta organica a ritardi e inefficienze accumulate in quasi tre decenni. Il traguardo, ambizioso, è quello di creare un sistema portuale più coeso e reattivo, capace di attrarre investimenti e di competere con i principali hub del nord Europa, sebbene molto dipenderà dall’esito del dibattito nelle camere e dalla concretezza degli strumenti operativi che verranno definiti.




