Renzi: «Fermiamo la corsa di Meloni verso il Quirinale» Il leader di IV: Vannacci? È un suo problema
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Redazione Interno
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Matteo Renzi torna a caricarissimo contro Giorgia Meloni e lo fa dalle colonne del Foglio, con un'intervista che non lascia spazio a mezzi termini. Il leader di Italia Viva, ex presidente del Consiglio, mette nel mirino quella che definisce l'ossessione della premier per il Colle più alto, un obiettivo che Renzi giudica politicamente legittimo ma da contrastare con ogni mezzo. «Lei vuole andare al Quirinale, io mandarla a casa», scandisce senza esitazione, tracciando una linea rossa che, a suo dire, dovrebbe unire tutto il campo largo in funzione anti-meloniana.
La corsa al Colle e il giudizio su Meloni
Secondo Renzi, il disegno della presidente del Consiglio non sarebbe affatto eversivo – come qualcuno, tra i suoi stessi interlocutori, avrebbe lasciato intendere – ma politicamente pericoloso e destinato a produrre una cesura nel quadro istituzionale. «A Giorgia non basta Palazzo Chigi, lei vuole il Colle più alto», sottolinea Renzi, spiegando che la partita si giocherà nei prossimi mesi e che il rush finale verso le Politiche rappresenta solo l'antipasto di una manovra più ampia.
L'ex sindaco di Firenze non usa giri di parole: la premier avrebbe già rotto gli indugi, manifestando con chiarezza l'intenzione di trasferirsi al Quirinale appena se ne presenterà l'occasione. Un obiettivo che Renzi definisce «del tutto legittimo» sul piano formale, ma che va fermato «a tutti i costi» per ragioni di merito politico. La premessa, insiste, è che Meloni abbia «distrutto l'Italia», un giudizio tranchant che accompagna tutta la sua argomentazione e che si riverbera anche sugli uomini più vicini alla presidente.
Gli attacchi a Mantovano e Urso
Nel mirino di Renzi finiscono in particolare due figure del governo: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Sul primo, Renzi è durissimo: «Pensavamo fosse un Gianni Letta, ma era un camerata come tanti». L'accusa, insomma, è quella di aver tradito le aspettative di chi credeva in un ruolo istituzionale di garanzia, per rivelarsi invece un fedelissimo schierato senza filtro.
Quanto a Urso, il leader di Italia Viva ricorre a una metafora che fa discutere: «È più presentabile di Urso, ma rispetto a Urso lo è anche il mostro di Loch Ness». Un passaggio che sottolinea, con ironia tagliente, il giudizio negativo sulla tenuta politica e comunicativa del ministro, senza peraltro risparmiare una stoccata alla presunta arretratezza culturale di chi oggi siede ai vertici dell'esecutivo. Renzi definisce Mantovano, non a caso, «un analfabeta istituzionale», ribadendo l'idea che l'attuale maggioranza pecchi di preparazione e visione strategica.
L'ossessione per la Giorgia nazionale e il nervosismo nel campo largo
L'intervista al Foglio restituisce l'immagine di un Renzi «accecato dal sacro furore anti-meloniano», per usare le parole del quotidiano, con un nervosismo che traspare da ogni risposta. L'ex premier non nasconde che l'obiettivo – impedire a Meloni di arrivare al Quirinale – è ormai diventato una priorità assoluta, quasi una missione personale che travalica le ordinarie dinamiche di opposizione.
«Se a sinistra non prevale Tafazzi, la fermeremo», dice con un riferimento al masochismo autoironico che, secondo lui, rischierebbe di paralizzare il centrosinistra, ma che non deve impedire l'unità contro la premier. Renzi evoca la necessità di una mobilitazione larga, che coinvolga non solo Italia Viva ma tutte le forze che non si riconoscono nel progetto meloniano, anche se il clima – a suo dire – resta teso e frammentato.
Il campo largo appare, in questa lettura, agitato da tensioni interne, ma il richiamo è chiaro: se si vuole fermare la scalata al Colle, occorre mettere da parte le divisioni e agire compatti.
La mossa legittima ma da osteggiare
Pur bollando come «non eversiva» l'operazione Quirinale, Renzi tiene a precisare che il contrasto a questa prospettiva non è solo un diritto ma un dovere politico. «Si tratta infatti di una mossa politicamente del tutto legittima – ribadisce – ma è altrettanto legittimo (e nostro dovere) contrastare questo disegno». L'ex presidente del Consiglio evita di entrare nel merito di scenari istituzionali alternativi, ma lascia intendere che la partita si giocherà sul terreno della credibilità e della capacità di costruire un'alternativa prima che la premier possa compiere il suo passo.
La sua insistenza sul tema, del resto, rivela quanto il Colle rappresenti per lui il vero banco di prova della legislatura, quasi un test definitivo per misurare la tenuta della democrazia e il peso delle opposizioni. Renzi non cita alleati o possibili candidati, ma l'intervista suona come un appello esplicito a chi, dentro e fuori il Parlamento, condivide la necessità di porre un argine alla corsa di Meloni, descritta come una minaccia non tanto per le forme quanto per la sostanza del governo del Paese.
La questione Vannacci e la chiusura
A chi gli chiede conto delle posizioni espresse dal generale Roberto Vannacci, ormai figura di spicco nel panorama della destra, Renzi risponde secco: «È un suo problema». Una battuta secca, che sembra voler chiudere il discorso prima ancora che si apra, quasi a dire che le vicende interne al campo avversario non lo riguardano e che l'unico vero nodo da sciogliere è quello legato alla premier.
La frase, in realtà, suona come un ulteriore segnale di disimpegno rispetto alle polemiche che agitano il centrodestra, quasi che Renzi voglia concentrare il fuoco esclusivamente su Meloni, ritenuta l'ostacolo principale da rimuovere. L'intervista si chiude senza sconti e senza appelli alla moderazione, confermando un approccio che il Foglio stesso descrive come «velenoso e fuori controllo», ma che Renzi rivendica come necessario per scongiurare quella che, a suo giudizio, sarebbe una iattura per il Paese.
Il leader di Italia Viva, insomma, non arretra di un passo e rilancia la sfida, lasciando intendere che la battaglia per il Quirinale sarà lunga e combattuta, con lui in prima fila a guidare le operazioni di contrasto.
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